Rosso come il cielo
Solitamente, quando ci si trova davanti alla biografia su celluloide relativa a personaggi legati al mondo dello spettacolo, ci si aspetta sempre di assistere al resoconto della vita vissuta da un musicista, un attore o, al massimo, un regista.
Cristiano Bortone, fondatore nel 1998, insieme a Daniele Mazzocca, della Orisa Produzioni, con la quale hanno finanziato, tra l'altro, l'apprezzatissimo "Saimir" (2004) di Francesco Munzi, ha pensato bene di tornare dietro la macchina da presa, a tre anni dal documentario "L'erba proibita" (2002), per dedicarsi a "Rosso come il cielo", ispirato alla figura di Mirco Mencacci, oggi uno dei più riconosciuti montatori del suono del cinema tricolore.
Non ci troviamo, però, dinanzi al tipico racconto per immagini incentrato sui successi e sulla fase calante di un artista nostrano, in quanto lo script concepito dallo stesso regista insieme a Monica Zapelli ("I cento passi") ed all'attore Paolo Sassanelli ("Ma che ci faccio qui!"), che nel film veste i panni di Don Giulio, basato sul percorso umano e professionale dell'uomo, inizia in un piccolo paese della Toscana nel 1971, quando il piccolo Mirco, appassionato di cinema e figlio di un inguaribile idealista che svolge la professione di camionista, perde la vista a causa di un colpo partito inavvertitamente da un vecchio fucile con cui sta giocando.
A partire da questo momento, quindi, nel classico clima neorealista d'inizio millennio, assistiamo ad una vicenda ambientata in un periodo in cui la legge italiana considerava i non vedenti come individui senza speranza e per questo impossibilitati a frequentare la scuola pubblica; infatti Mirco si ritrova presso il "David Chiossone" di Genova, un cosiddetto "istituto per ciechi" dove, sebbene l'istituzione religiosa viva con la convinzione che un non vedente non sia altro che un handicappato al quale è meglio non creare illusioni, riesce nell'impresa di realizzare, per mezzo di un vecchio registratore a bobine, delle vere e proprie storie sonore.
Ed è proprio questo, al di là del lato politico che abbraccia il periodo delle proteste studentesche in piazza e che finisce per vedere coinvolta anche la situazione dei ciechi, l'elemento che più affascina dell'intera pellicola, la cui frase di lancio recita giustamente: "Il coraggio può essere una favola ad occhi chiusi". Quella stessa favola che Bortone, attraverso una regia piuttosto classica ed una particolare ricerca creativa e tecnica del suono - cui ha collaborato il vero Mencacci, anche curatore dell'edizione sonora di "Altri occhi", documentario realizzato dalla stessa Orisa Produzioni contemporaneamente al lungometraggio - ci consente di studiare dall'esterno, tramite una delle sequenze più belle dell'operazione, nella quale vediamo i genitori dei piccoli protagonisti (tutti realmente non vedenti ad eccezione di Luca Capriotti), con le bende agli occhi, ascoltare la recita di fine anno dei propri figli, ormai validi collaboratori artistici del talentuoso Mirco.
Perché, grazie anche alla bella fotografia di Vladan Radovic (Mater natura) ed all'ottimo cast di esordienti, la caratteristica che davvero non manca in Rosso come il cielo è la poesia, riscontrabile in diversi momenti, tra i quali meritano la citazione quello in cui Mirco descrive i colori all'amico Felice, privo di vista fin dalla nascita, e quello dolce - amaro in cui i ragazzi del collegio, trascinati dallo stesso a vedere "Il clan dei 2 borsalini", ridono mentre le immagini scorrono sullo schermo, potendo apprezzare soltanto le battute di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.
Bastano quindi queste poche osservazioni per trasmettere la polivalenza dell'opera di Bortone, apologo realistico sulla diversità che, senza mai scadere nel patetico, considerando l'argomento trattato, non appare come una semplice biografia, in quanto, oltre a ripercorrere la storia dell'abolizione dei collegi per non vedenti, si mostra capace di lasciar emergere quanto sia importante il sonoro all'interno di una forma d'arte come il cinema.

La frase: "Hai cinque sensi Mirco, perché ne vuoi usare solo uno?"

Francesco Lomuscio

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