Wolfman
Film complesso, perché come un poliedro formato da diverse sfaccettature. "The Wolfman" affonda le sue radici culturali negli anni ’40, quando la Universal diede vita a un genere cinematografico nuovo e remunerativo. Si trattava di una derivazione dell’horror, ovvero i cosiddetti monster movie. A questo genere, che a sua volta si ispira alle figure presenti nei romanzi gotici, devono la vita le incarnazioni dell’uomo invisibile, della mummia, di Frankeinstein, vari mostri della laguna e anche l’uomo lupo. Con quei film avvenne la consacrazione di volti sacri del genere come Bela Lugosi, Boris Karloff e Lon Chaney jr. Proprio quest’ultimo fu l’attore che diede il volto al primo "The Wolfman" di George Waggner del 1941, a cui si ispira questa nuova incarnazione diretta da Joe Johnston.

Lawrence Talbot, orfano di madre, ha da anni abbandonato l’ovile, preferendo il freddo di Londra all’inquietante nebbia di Blackmoor, suo paese di origine. E’ quindi Gwen, fidanzata del fratello, a rintracciarlo per cercare il consorte disperso per i boschi della regione. Al suo ritorno Lawrence scopre che una creatura inquietante minaccia la zona, e insieme alla donna, decide di capire di cosa si tratta...

Film solido, potente, di razza, permettendoci un infelice gioco di parole. "The Wolfman" riesce a catturare l’essenza del soggetto originale e a infondergli nuova linfa vitale malgrado, non nascondiamolo, la trama sia tutto fuorché sorprendente. Nell’impresa è davvero bravo il regista Joe Johnston ("Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi", "Jurassic Park III"), capace di creare la giusta suspense con un mix riuscito di azione e dialoghi.

La sceneggiatura, ad opera di David Self (Haunting – "Presenze", "Era mio padre"), dimostra mestiere e carattere nel saper maneggiare i diversi elementi narrativi. Self si lascia andare anche ad arditi riferimenti a complessi edipici e conflitti dettati dai legami di sangue, evocando rancori più o meno espliciti nei personaggi, senza cadere mai nella retorica o nel banale. Un buon lavoro di scrittura.

Ottimo il cast per un film la cui visione è consigliata in lingua originale. Benicio Del Toro non batte il grandissimo Lon Chaney Jr. nell’interpretare l’uomo lupo, ma è un bello scontro comunque. Nella nebbia si intravedono anche un grave Anthony Hopkins e un’atterrita Emily Blunt. Un cast che lascia il segno, insomma...

La frase: "Che razza di animale può aver fatto una cosa del genere?".

Diego Altobelli

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