The new world - Il nuovo mondo
Dopo sette anni, tempo cinematograficamente lungo ma cortissimo se consideriamo i vent'anni che intercorrono tra il secondo e il terzo film del regista de "La sottile linea rossa", Terrence Malick torna nuovamente dietro la macchina da presa, e ci presenta alla sua maniera una favola nota al grande pubblico, quella dell'amore impossibile tra una giovane e bellissima indiana d'America e John Smith, capitano delle guardie di sua maestà. Il pretesto narrativo è banale e conosciuto, eppure, come ha di recente insegnato il King Kong di Peter Jackson, pieno di una vitalità e di uno smalto che lo rendono comunque nuovo e degno d'essere raccontato.
Il regista dell'Illinois sfoggia tutta la sua arte e la sua tecnica al meglio delle proprie possibilità, dando un'impronta autoriale al film riconoscibile fra mille altre, costruendo sulla voice-off e sulla fotografia (quest ultima coadiuvata dalle splendide location) tutto l'impianto visivo e narrativo del film. Un film che alla prima visione lascia un sapore agrodolce, il sapore di una pellicola costruita sul linguaggio delle immagini più che su quello delle parole, ma che del parlato non può fare a meno, attraversata com'è da una profonda e penetrante voce fuori campo per tutto il corso della sua durata. Il tentativo di Malick è quello di dar voce ai pensieri dei suoi personaggi, di sviscerare quel che l'immagine lascia solamente intuire, non cadendo mai in una pedanteria didascalica, ma fornendo spunti per ulteriori letture del girato.
Tutto il film è architettato secondo morbidi e ponderati contrasti: quello fra musica e immagine, quello tra montaggio e movimento di macchina, quello tra luci, ombre e penombre, ma anche diegeticamente, tra due culture differenti, tra natura selvaggia e inurbamento, tra volontà costruttiva e risultanze distruttive. Il tutto concorre al dipanarsi di una storia d'amore che costituisce insieme il fulcro del film, e un suo contorno marginale.
Fulcro perché motore dell'affresco del regista, perchè vicenda unica e totalizzante di tutto il girato, tant'è che dello svolgersi degli avvenimenti, di certo complesso e articolato, non è dato sapere che qualche elemento funzionale e necessario per scorgere l'evoluzione del rapporto tra i due protagonisti, rimanendo tutto il resto vago e, dove più dove meno, sostanzialmente indefinito.
Contorno marginale perché la polisemia di senso del film contribuisce a renderla mero pretesto per parlare di ieri per parlare di oggi, in un rincorrersi di linguaggi visivi che affascinano e, a tratti, disorientano.
L'ambientazione quasi totalmente "yankee" (solo qualche sequenza è ambientata nei palazzi inglesi) contribuisce a dare spessore alla figura di una nuova civiltà nascente, ricca della propria cultura, dei propri usi e del proprio modus vivendi che va in cerca del confronto/scontro con chi di cultura, di usi e di modus vivendi ne ha già uno proprio. Come non leggervi una denuncia, splendida e sottile, di un atteggiamento fin troppo comune nel panorama odierno. Denuncia mitigata però da un giudizio attento al non fare di tutt'erba un fascio, a porre i propri distinguo e le proprie valutazioni non generiche.
Un film politico, dunque, da un certo punto di vista, un film storico, drammatico. Una storia d'amore. Tante le chiavi di lettura, e ancor più i livelli di lettura impressi nelle singole sequenze, nelle singole immagini.
E paradossalmente, un film che identifica i suoi punti deboli negli aspetti che contribuiscono a imprimergli carisma e fascino. Un montaggio non sempre lineare, un uso del voice-off a volte fuori le righe, una musica troppo invasivamente protagonista di molte sequenze.
Forse, tra i pochi film di Malick, quello più in affanno. Ma pur sempre enormemente al di sopra della media di qualunque altra cosa si possa trovare in sala.

La frase:
"Hai trovato le tue Indie John?.....Le troverai"
"Forse le ho ormai superate…"

Pietro Salvatori

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