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Elephant Song

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Rosanna Donato2016-05-19
 

  • Foto dal film Elephant Song
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Dopo l'improvvisa e misteriosa scomparsa del dottor Lawrence, uno psicologo che lavora presso un ospedale psichiatrico, il dottor Green viene incaricato di intervistare Michael Aleen. Quest’ultimo è un paziente del dottor Lawrence che dice di conoscere molte cose. La capo infermiera Susan Peterson mette in guardia il dottor Green su Michael, dicendogli di non fidarsi completamente di lui. Questo perché è un ragazzo molto intelligente e manipolatore. Inizia così tra il medico e il paziente una serie di dialoghi-scontro, il cui scopo non è solo quello di cercare la verità in merito all’accaduto, ma anche di aiutare Michael a superare i suoi traumi infantili. Nel corso della pellicola verranno svelati dolorosi segreti sul passato di tutti i protagonisti. Questa è la storia dell’ “Elephant Song” di Charles Binamé, il film canadese presentato al Toronto International Film Festival del 2014 e arrivato in Italia il 15 gennaio 2016.

La pellicola, scritta da Nicolas Billon, è l’adattamento cinematografico dell’omonima opera teatrale e vede tra i suoi interpreti un eccezionale Xavier Dolan, Bruce Greenwood, Catherine Keener e Carrie-Anne Moss. Il film, che deve gran parte della sua riuscita ad una buona sceneggiatura, è arricchito dalla straordinaria interpretazione del personaggio principale, impersonato da Xavier Dolan, che con le sue ottime capacità attoriali è riuscito a mettere in ombra tutti gli altri interpreti del film. Perfettamente in parte, l’attore si è dimostrato un artista completo (ricordiamo che lui nasce come regista), l’unico in grado di suscitare nel pubblico una reazione che va al di là di ogni aspettativa. Lo sguardo, la mimica facciale, i movimenti mettono in evidenza la complessa caratterizzazione di un personaggio che lascia trasparire una sorta di equilibrio ‘instabile’ tra le sue paranoie e il lato più fragile della sua personalità, il quale appare a tratti in modo evidente. La figura di Michael Aleen infatti suscita emozioni che poco si accordano tra loro: si passa da un profondo disgusto per le azioni da lui commesse in passato ad una compassione, una partecipazione al suo dolore, per i traumi vissuti in precedenza. Dolan infatti riesce a creare una forte empatia con il pubblico, il quale vuole capire cosa sia realmente successo e da cosa sia dipeso tutto.

Nel finale tutti troveranno le risposte alle loro domande e non mancheranno colpi di scena. Il regista ha mantenuto un'impostazione teatrale, in quanto il film è girato prevalentemente in un'unica stanza, dove avviene un confronto-scontro fra il dottore e il paziente. Questo ha favorito l’interpretazione degli attori principali, che a modo loro hanno contribuito - almeno in parte - a regalare momenti di vero cinema. Unica nota stonata del lungometraggio sono i continui cambiamenti relativi alla realtà temporale, che potevano essere limitati, e alcune scene inutili ai fini del racconto o comunque scollegate da esso. Ciò infatti rischia di confondere lo spettatore, di affievolire la tensione nei momenti meno opportuni e più significativi.

Binamé, purtroppo, non è riuscito completamente nell’intento di rendere l’opera una pellicola cinematografica, in quanto il thriller psicologico risulta troppo piatto per un genere che vuole una tensione significativa, elevata. Se non altro è stato in grado di coinvolgere lo spettatore grazie alle atmosfere, a dialoghi ben scritti e a personaggi ben delineati e definiti nella loro personalità. La pellicola non è consigliabile ad un pubblico di bambini, ma merita di essere visto per le doti recitative del regista di “Mommy” e per il finale imprevedibile e convincente. Non sarà un capolavoro, ma il soggetto è interessante e la tensione, anche se viene spesso smorzata, si sente.


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