Death of a president - Morte di un presidente
Tra qualche anno nei volumi di Storia del Cinema si dirà che negli anni Duemila, negli Stati Uniti, parallelamente al cinema hollywoodiano, si è andata affermando una scuola parallela di Film-Documentario. Un Cinema fatto di inchieste e proteste, soprattutto inerenti alla presidenza di George W. Bush e sui fatti relativi all'11 settembre. Si parlerà ovviamente di Michael Moore e verranno citati vari titoli affianco ai vari "The War Game" tra cui, molto probabilmente, questo "Death of a President" di Gabriel Range: un film di "fantascienza" ambientato nel futuro che narra, coi toni del documentario (alternando scene di repertorio ad interviste di stampo televisivo create ad hoc per rendere il tutto molto credibile) la morte del presidente Bush avvenuta il 19 ottobre del 2007 durante un convegno nella città di Chicago.

Il film di Gabriel Range, vincitore del Premio Internazionale della Critica all'ultimo Festival del Cinema di Toronto, intende essere di stampo palesemente politico e vuole, attraverso una storia inventata dal sapore vagamente cospirativo, dichiarare il dissenso verso la politica estera di George W. Bush e in particolar modo sulla posizione da lui tenuta verso la guerra in Iraq. Attraverso la ricostruzione dei fatti narrati da vari agenti speciali dell'F.B.I, dalla portavoce del presidente, da analisti della scena del crimine e da vari poliziotti e addetti alla sicurezza, "Death of a President" ci porta, come accadrebbe in uno speciale della CNN (o in una puntata dei Simpson...), a scoprire chi ha commesso il crimine e perché. Il film diventa così un enorme "What if...", un "Cosa accadrebbe se..." uccidessero il Presidente degli Stati Uniti. E, infine, ci fa scoprire che i problemi che sono dietro agli Americani non sono del tutto riconducibili all'operato politico di Bush: piuttosto il film suggerisce l'idea che c'è qualcosa di più radicale e insano, un germe che farà sì che la tanto agognata e rivendicata Giustizia (per intenderci quella che stanno importando in Iraq...) non sarà fatta, nemmeno alla morte del Presidente.

(Da qui in avanti se non volete sapere il finale non leggete).
Film dallo spunto fortemente interessante, ma anche lento e, fondamentalmente, stantio. Pur girato con le regole televisive del documentario, e pur rappresentando, con un montaggio davvero buono, scene vere affianco a una trama finta, il film finisce per annoiare e perdersi nei lunghi dialoghi e monologhi degli intervistati. Il punto debole dell'opera di Gabriel Range è proprio alla radice dei suoi intenti: realizzare un documentario finto (ambientato nel futuro!) e voler mantenere alta l'attenzione di un pubblico che sa trattarsi di una finzione. Sfugge quindi l'intento creativo, nulla affatto ironico né realmente drammatico; sfugge anche la vera posizione politica del regista che, in definitiva, trova in un veterano di colore il vero colpevole dell'accaduto; e infine sfugge la morale, là dove, alla morte del presidente Bush, l'America dei giudici e delle giurie popolari continua ad avere paura e a tenere dietro le sbarre un iracheno innocente...

La frase: "...Questo è un film ambientato nel futuro..."

Diego Altobelli

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