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Movie Flash: Morire di lavoro, può bastare un film?
Dalla tragedia alla Thyssenkrupp di Torino lo scorso 7 Dicembre, quello delle morti bianche è diventato un po' il tema del momento. Ben venga questa attenzione verso il mondo del lavoro operaio, inutile dire che si debba sempre aspettare la morte di qualcuno perché anche in alto qualcuno apra gli occhi, ma il fatto che il governo sia caduto prima che fosse emanato il provvedimento attuativo per completare l'iter legislativo del Testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro approvato lo scorso agosto (e che quindi ogni giorno che passa riduce la possibilità che con un escamotage lo si possa comunque emanare) la dice lunga sull'urgenza che l'argomento riveste nell'agenda politica dei nostri rappresentanti. "Mi appello al Presidente della Rai: il servizio pubblico trasmetta al più presto e in prima serata il film "Morire di Lavoro" di Daniele Segre. Un documentario straordinario, bellissimo, sulla condizione concreta dei lavoratori". Queste le parole di Pietro Folena, presidente della Commissione cultura della Camera, dopo la proiezione avvenuta la mattina del 12 Febbraio a Montecitorio. Certo, il nostro servizio pubblico lascia non poco a desiderare (lo stesso film di Segre) e non dispiacerebbe se film del genere riempissero i palinsesti, ma i veri destinatari di questa denuncia non sono i cittadini quanto imprenditori e politici. E cioè, rispettivamente, coloro che spesso del lavoro sottopagato, in nero e in condizioni di economia, si avvantaggiano e coloro che dovrebbero controllare e far sì che ciò non accada. Se i primi il problema lo conoscono già essendone in molti casi gli artefici, i secondi con la proiezione alla Camera dei deputati e alla pubblicità derivata, qualche informazione dovrebbero già averla immagazzinata. Spostare il problema dalla ricerca di soluzioni concrete all'assenza di una giusta copertura mediatica rischia di diventare il solito scarica barile.
Non passa giorno in cui qualcuno non perda la vita in un incidente sul posto di lavoro.
In Italia c'è un morto ogni 7 ore. Solo nel 2007 ci sono stati 235 infortuni mortali nelle costruzioni. Qualcuno per dare un ordine di grandezza alla tragicità della situazione la paragona, in termini di cifre, a quelle dei vari conflitti mondiali tuttora in corso, quasi che il problema non possa vivere di vita propria. Il lavoro in nero esisterà sempre e non solo in Italia, ma quando l'approccio parte soprattutto dalla cronaca e non dall'idea stessa che il principio stesso su cui la problematica si basa è sbagliato, mai sarà trovata una soluzione profonda. L'investimento dovrebbe essere in termini culturali, la cultura della legalità e del rispetto verso il prossimo è l'unica vero fondamento da perseguire affinché se non eliminata, questa piaga basata sulla disperazione di chi non ha nulla da perdere, possa essere ridotta al semplice errore statistico.



Andrea D'Addio
(18 febbraio 2008)

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