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A Dangerous Method











Zurigo e Vienna alla vigilia della Prima Guerra Mondiale.
Sono esse a fare da scenario ad una torbida storia di avvincenti scoperte in nuovi territori della sessualità e dell’intelletto che prende avvio nel 1904, quando il ventinovenne psichiatra sposato Carl Gustav Jung, con il volto del Michael Fassbender di "Bastardi senza gloria" (2009), decide di tentare sulla paziente diciottenne Sabina Spielrein alias Keira Knightley il trattamento sperimentale di Sigmund Freud noto come psicanalisi o "terapia delle parole".
Ed è un sempre più bravo Viggo Mortensen ad incarnare il celebre psicanalista austriaco, destinato a vedere il suo erede intellettuale nel giovane collega, il quale, oltre ad avere dalla ragazza rivelazioni riguardanti un’infanzia segnata da umiliazioni e maltrattamenti da parte del violento e autoritario padre, ispessisce la relazione con lei e scopre una mente brillante, tanto da incoraggiarla ad intraprendere la carriera di psichiatra.
Quindi, man mano che vengono confermate le teorie di Freud sul rapporto tra sessualità e disordini di carattere emotivo, David Cronenberg si allontana ancora una volta dalla sua ossessione per il male derivato dalla modifica del corpo – dopo ultime prove come "A history of violence" (2005) e "La promessa dell’assassino" (2007) – al fine trasportarci fino al 1934 partendo dalle pagine di "A most dangerous method" di John Kerr, a sua volta già trasformato nel testo teatrale "The talking cure" da Christopher Hampton, anche sceneggiatore del film.
Mentre si chiede se la vera sessualità proponga la distruzione dell’ego e tira in ballo anche il mai disprezzabile Vincent Cassel nei panni dell’amorale Otto Gross, senza celare più di tanto un certo attacco all’apparentemente linda facciata dell’universo borghese.
Con il maggior punto di forza dell’operazione individuabile nel vincente mix di notevole cura estetica e dialoghi coinvolgenti, impreziositi dagli splendidi duelli verbali da pelle d’oca in cui si cimentano i citati Fassbender e Mortensen.
Sebbene la Knightley rischi di esagerare in smorfie nell’enfatizzare la tragica situazione del proprio personaggio e la vicenda non possa fare a meno di risultare piuttosto banale nella sua evoluzione.
D’altra parte, l’unica alternativa sarebbe stata quella di stravolgere la realtà dei fatti accaduti, quindi non ci si può affatto lamentare.


La frase:
"Io credo che l’ossessione di Freud per il sesso dipenda molto dal fatto che lui non ne fa".

a cura di Francesco Lomuscio

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