Il cacciatore di aquiloni
Dall’enorme successo editoriale al grande schermo il passo è breve.
Tanti lettori garantiscono tanti spettatori: la curiosità di una resa per immagini di una storia che ha appassionato e si è fatta leggere grazie al passaparola rappresenta una campagna promozionale che poche altre strategie di marketing possono sfruttare. Il botteghino andrà bene, ma gli spettatori già lettori, usciranno soddisfatti dalla visione? Probabilmente non troppo.
Il film è avvincente nella narrazione (e questo probabilmente sorprenderà chi non avrà letto il libro), ma non coglie la parte descrittiva del romanzo, forse la più interessante. La regia di Marc Forster non riesce a far sua una delle tante e interessanti tematiche della storia (il particolare rapporto padre-figlio, l’amicizia strappata, il ritorno alle origini, il dramma di una civiltà lacerata prima dall’invasione russa e poi dall’integralismo islamico, il malessere di chi è stato costretto a immigrare in una terra non sua), ma si limita a raccontare quasi come se fosse un film d’azione. Non trova una propria cifra stilistica, rimanendo probabilmente troppo legata al testo, anziché cercare una propria strada poetica e concettuale.
Sia chiaro, non si parla di un film brutto, banale o noioso, ma il confronto tra potenzialità e versione finale è abbastanza severo. A livello di sceneggiatura manca molto l’aspetto descrittivo, il confronto tra la vita che c’era e la vita che c’è in quel grande stato (non territorialmente, ma culturalmente) che era l’Afghanistan. Era proprio questo uno degli aspetti che più aveva attratto la gente di mezzo mondo a sfogliare l’opera di Khaled Hosseini: la possibilità di conoscere la storia di una nazione per tanti anni dimenticata dai mass media, per poi rientrare improvvisamente in scena quel tragico 11 Settembre.
Nuoce all’intero progetto il suo essere destinato, nonostante non annoveri nomi altisonanti nel cast (anche perché interpreti afgani famosi in occidente è difficile trovarli), al grande pubblico statunitense. Ecco quindi scelte di dubbio gusto (la voce inglese cantata su melodia araba o l’ultima retorica scena che richiama nuovamente il titolo e che per fortuna il libro ci risparmiava) e varie semplificazioni narrative (la facilità con cui si arriva al regolamento di conti, l’idea che si possa entrare e scappare da un Paese in guerra senza troppi problemi, la possibilità di poter portare un bambino negli Stati Uniti senza un documento d’identità). Ne esce un film sicuramente vedibile e interessante, ma che, a differenza degli aquiloni che ricorda nel titolo, vola a bassa quota.

La frase: "Un uomo che non sa difendere sé stesso è un uomo che non sa difendere niente".

Andrea D’Addio

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