Stella
1977, Parigi. Il primo anno di liceo non è certo facile: nuove compagne di classe, nuovi maestri, la responsabilità di dover diventare una studentessa "vera", e cioè studiare, per essere promossa e non semplicemente frequentare. Per Stella la situazione è ancor più difficile dato che, a differenza di tutte le altre compagne, borghesi e di ceto sociale elevato, viene da una famiglia popolare. I genitori gestiscono un bar e delle decadenti stanze da affittare e non badano troppo al benessere "culturale" della figlia e i clienti del bar, con cui gioca a carte e chiacchiera del più e del meno, sono una sorta di zii acquisiti.
A descrivere la propria situazione esistenziale è la stessa Stella che fin dall’inizio rivolge il suo mondo e le sue considerazioni direttamente allo spettatore attraverso la voce fuori campo. E’ un espediente classico del cinema, quasi un’amplificazione dello sguardo in camera di quel primo Jean Pierre Léaud di cui Stella pare più volte essere l’emule al femminile, e seppur risulti un modus operandi piuttosto didascalico all’inizio, ben sottolinea la solitudine della protagonista. Stella non ha nessuno che l’ascolti davvero, nessuno si interessa alla sua vita, parla "a noi" come se parlasse a sé stessa.
E’ solo quando fa amicizia con la compagnia di classe Gladys che comincia il suo graduale allontanamento dall’isolamento. La voce fuori campo diventa sempre più assente fino a scomparire del tutto: nel finale è all’amica che confida le sue paure.
Il terzo film per il cinema di Sylvie Verheyde è una storia molto autobiografica (così lei l’ha definita) delicata e intelligente.
Seppur lo stereotipo del bambino più saggio dei propri genitori sia ormai uno dei cavalli di battaglia del cinema attuale (soprattutto dell’indipendente statunitense), in Stella non traspare quella furbizia tipica di tanti altri analoghi lavori. Nessuna situazione è mai spinta al massimo, non ci sono fratture narrative significative tese a dimostrare qualcosa o personaggi da odiare: i genitori non sono il massimo, ma non sono neanche cattivi, gli insegnati gridano, ma conoscono la comprensione, le compagne di classe se la tirano, ma non arrivano alla derisione più perfida. Si viaggia sulle mezze misure e così si riesce a dare più profondità a tutto il racconto. Belle le scelte della colonna sonora che, per la "gioia" di noi italiani, ha in "Ti amo" di Umberto Tozzi il suo leit-motiv.
Presentato alle Giornate degli Autori alla 65esima Mostra del cinema di Venezia, chissà che Stella non trovi qualche riconoscimento e magari, una distribuzione internazionale.

La frase: "Il mio cuore è attaccato al tuo come la cacca al culo del cane".

Andrea D’Addio

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