22 marzo 2001 - Conferenza stampa
Pupi Avati
Intervista con il regista de "I cavalieri che fecero l'impresa"
di Valeria Chiari


Pupi Avati torna al cinema con un film che ripropone un periodo storico già rappresentato nel suo "Magnificat". Ma questa volta è soprattutto un desiderio di trovare una degna risposta mediterranea alla britannica epopea cavalleresca del ciclo del Graal. La ricerca della Sacra Sindone sparita misteriosamente e ricomparsa 150 anni dopo, altrettanto misteriosamente, ha solleticato il suo interesse portandolo a studiare lungamente e approfonditamente il ricchissimo periodo storico, scrivere un libro (dall'omonimo titolo, edito dalla Mondatori) e infine gettarsi a capofitto nella sceneggiatura e nella lunga realizzazione. Ma sentiamo lo stesso regista raccontarci l'ardua "impresa".

Un vero kolossal il suo film?
Beh si mi piace dire che in questo film non ho messo niente da parte, ho utilizzato il cinema a 360 gradi come strumento narrativo, cosa che per chi conosce la mia filmografia, non era avvenuta mai in precedenza: i miei film avevano più a che fare con ricordi, con la ricerca intimista e psicologica dei personaggi. In questo film, dall'ambientazione al cast, dalla scenografia ai costumi, dalle musiche agli effetti sonori a tutto quello che è il meccanismo dell'esercizio della battaglia, c'è tutto il mondo del cinema. Un film d'avventura in cui gli attori non hanno controfigure e sono ancora vivi ed illesi soprattutto per la loro grande prontezza di riflessi, che nelle battaglie e nei corpo a corpo sono stati fondamentali, dal momento che non c'era neppure una vera coreografia. Le spade del film sono tutte autentiche, costruite da un mastro spadaio: tutte le armi con le quali i ragazzi si sono trovati a combattere, con o contro di esse, erano vere, pesanti e pericolose il che ha reso tutte le azioni particolarmente rischiose.
Vado molto orgoglioso della sequenza finale perché credo che sia riuscita tecnicamente ed emotivamente, premiando il durissimo lavoro di preparazione: 200 cavalieri umbri, 5 giorni di lavorazione, 4 macchine da presa.


  

Intervista a Pupi Avati


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