Shortbus
I bambini americani vanno a scuola con il tradizionale scuolabus giallo, ma alcuni di loro, quelli disabili, quelli con disturbi emotivi, con "esigenze speciali" insomma, ne prendono uno diverso, più corto (in quanto non sono così numerosi): lo "shortbus" appunto, che però è anche il nome dell'immaginario locale underground newyorchese che dà il titolo all'opera seconda del texano John Cameron Mitchell (ricordate l'attore/autore di "Hedwig- La diva con qualcosa in più"?).
A frequentare l'affollatissimo saloon notturno in questione è un quantomai eterogeneo sottobosco di persone il cui comune denominatore è l'interesse ad incontrarsi più o meno quotidianamente per parlare d'arte, cultura, bere qualcosa con il sottofondo di una buona musica (Il fiore all'occhiello della pellicola, ascoltare per credere) e, last but not least, darsi pubblicamente al sesso più sfrenato senza limitazioni né inibizioni.
Mitchell fa convergere in questa a dir poco stravagante cornice le vite infelici di sette personaggi in (disperata) cerca d'amore: le loro tribolate esperienze erotiche si alternano a intime confessioni nevrotiche e nel corale inseguimento di un orgasmo emotivo (e non solo) emergono frustrazioni, ambizioni, ossessioni e paranoie di ognuno.
L'occhio dello spettatore vola con la macchina da presa da una casa all'altra per una New York stilizzata e cartoonesca, una città dalle mille luci ma anche dalle mille contraddizioni, una città in questo caso alle prese con un black out reale e metaforico, un buio inaspettato che però ha una valenza catartica, un pò come la consapevolezza che l'11 settembre ha ormai per sempre cancellato il proverbiale ottimismo stars and stripes.

"Shortbus" è una tragicommedia che funziona meglio nella prima parte, quando cioè mostra il suo lato provocatorio/ironico, quello che ha fatto gridare allo scandalo all'ultimo Festival di Cannes, dove è stato presentato fuori concorso ( in effetti le sequenze di sesso sono più che esplicite se consideriamo il circuito mainstream). Poi invece comincia a prendersi troppo sul serio e tra narcisistiche allegorie e risaputi risvolti mélo il racconto si appesantisce con conseguente banalizzazione del messaggio, il solito inno facilone a liberarsi di schemi e preconcetti.
Va dato atto però a Mitchell di aver creduto sinceramente sin dall'inizio a questo piccolo film indipendente, che non a caso ha richiesto una lunghissima fase di sperimentale progettazione con gli attori ( tutti tanto bravi quanto sconosciuti e alle prime armi).
Quantomeno geniale il fatto che, sin dalla prima sequenza, ad osservare dal di fuori e imperturbabile questo affannato affresco nella Grande Mela sia... la Statua della ( è un caso?) Libertà!

La frase: "E' come negli anni Sessanta, solo con meno speranza".

Stefano Del Signore

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