Era mio padre
Dopo "American Beauty" ci si attendeva sicuramente di piu' da un regista come Sam Mendes. Il suo nuovo lavoro, seppur curatissimo sotto il profilo tecnico con una fotografia eccellente, scenografie superlative ed interpreti di prima classe, presenta una storia totalmente scontata e poco accattivante. Peccato perché l'idea, che nasce da un fumetto, era buona ed i "gangster-movies" sollecitano l'immaginario dello spettatore come pochi altri.

Michael Sullivan (Tom Hanks / "Castaway") è un sicario, il prediletto del boss John Rooney (Paul Newman / "Le Parole che Non Ti Ho Detto"). Ha una bella casa, una moglie e due figli, completamente all'oscuro della professione del padre. Purtroppo la curiosità tipica dei ragazzi porta Michael (Tyler Hoechlin), il piu' grande a seguire di bascosto il padre in uno dei suoi "lavori".
A questo punto i Sulliven sono diventati l'anello debole della catena di terrore ed omertà che consente a Rooney di controllare i suoi affari; ma a scatenare la tragedia è soprattutto la malcelata invidia del figlio del boss, Connor (Daniel Craig / "Lara Croft"), nei confronti di Michael. Connor decide di uccidere quello che vede come un suo rivale, soltanto che sbaglia il colpo, almeno in parte, riuscendo ad assasinare soltanto la moglie ed il figlio piu' piccolo. Si sa che un leone ferito puo' essere ancora piu' pericoloso; Michael diventa una sorta di scheggia impazzita, deciso a prendersi la sua vendetta, ma allo stesso tempo a proteggere il suo unico figlio superstite.

Piu' che un film di gangester è un film sul rapporto tra padre e figlio, visto con gli occhi di quest'ultimo. Il titolo originale, particolarmente evocativo, giocava sul doppio senso della parola "Perdition" come nome della cittadina dove si stanno recando i due Sullivan, ma anche come "perdizione", la strada imboccata da Michael Senior, che non dovrebbe mai essere quella del figlio.
Una pellicola giocata a livello mentale con una forte connotazione di violenza che pero' non viene mai mostrata allo spettatore. Tutte le scene sono infatti intraviste, soffuse, insonorizzate o semplicemente rallentate, facendogli cosi' perdere i connotati splatter, per caricarle di una connotazione psicologica.
Ma allora dove risiede il problema principale? Come detto sta tutto nella costruzione della storia che non riesce a liberarsi del peso degli stereotipi e della banalità.
Tutto troppo intuibile e fin nei minimi particolari. Di una storia creata su due livelli ne rimane cosi' uno solo. Un po' poco.

Curiosità:
Anthony La Paglia (Lantana), compare nei credits finali nella parte di Al Capone, parte che poi Mendes ha tagliato in fase di montaggio.

La Chicca:
le foto che si vedono nella casa del fotografo/killer, sono vere foto d'epoca prese dagli archivi della polizia di New York.

Indicazioni:
per chi ama i Western

Valerio Salvi

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