L’ora di punta
Chissà per quale motivo buona parte degli addetti ai lavori nostrani si sono risentiti nel momento in cui Quentin Tarantino, intervistato sulla produzione cinematografica tricolore d’inizio millennio, ha espresso pareri tutt’altro che positivi al riguardo.
Chissà per quale motivo, con evidenti riferimenti alla tanto discussa vicenda economico-giudiziaria che ha visto coinvolto l’imprenditore immobiliare Stefano Ricucci, la scalata sociale di Filippo, giovane e ambizioso finanziere che, tramite l’amore di una ricca donna più grande di lui, finisce nel mondo dell’alta finanza, puzza tanto di tentativo di riallacciarsi al cinema di genere unicamente camuffato dietro una fotografia da film noir.
Chissà per quale motivo, dal sonoro inascoltabile all’uso (o abuso?) dello zoom, un prodotto di celluloide confezionato nel 2007 con sistemi tutt’altro che low budget – e per di più distribuito da una major del calibro della 01 distribution – finisca per presentare una qualità che ben poco lo fa distaccare da certi lungometraggi amatoriali.
Chissà per quale motivo, in quella che una volta era la patria di Alberto Sordi e Gian Maria Volonté, a parte Elio Germano e pochissime altre eccezioni, troviamo in qualità di attori protagonisti volti anonimi come quello di Michele Lastella, proveniente dalla fiction televisiva “Amanti e segreti”.
Chissà per quale motivo un’icona del cinema d’autore come Fanny Ardant, attrice per Claude Lelouch ed un’infinità di altri maestri delle immagini in movimento, abbia accettato di prendere parte al nuovo, noioso, lentissimo ed a tratti ridicolo lungometraggio di Vincenzo Marra (“Tornando a casa”).
Chissà per quale motivo viene facilmente da pensare che questo crudo ritratto della cinica civiltà moderna dello stivale, alla fine di cui, comunque, l’interessante messaggio di fondo emerge pienamente, in mano ad altri si sarebbe potuto trasformare in un vero e proprio capolavoro (vedi il Michele Soavi di “Arrivederci amore, ciao”).
E, infine, chissà per quale motivo, ormai, la maggior parte delle volte che ci troviamo a recensire un film di produzione italiana, non risulta difficile dare ragione a quanto detto dal succitato regista di “Pulp fiction” (1994).

La frase: "Devi imparare ad aspettare.".

Francesco Lomuscio

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