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Latin Lover











Sono passati dieci anni dalla scomparsa del grande attore e bandiera del cinema italiano all'estero Saverio Crispo (Francesco Scianna) e, nel paesino pugliese che gli ha dato i natali, ci si accinge a celebrare questa ricorrenza.
L'occasione vede riunirsi una singolare compagnia di ex-mogli e figlie avute da Saverio, sciupafemmine impunito, nell'arco di una vita vissuta in giro per il mondo con donne di nazionalità diverse. Ci sono quindi la prima moglie Rita (Virna Lisi) con la figlia Susanna (Angela Finocchiaro), la secondogenita francese Stephanie (Valeria Bruni Tedeschi) con uno dei suoi tre figli avuti da altrettanti uomini, una moglie e una figlia spagnole e la figlia più piccola, svedese, che quel padre così famoso quasi non l'ha conosciuto.
Sono tutte donne vissute all'ombra di un personaggio ingombrante ed egocentrico, che hanno sgomitato tutta la vita, arrivando quasi ad annullarsi, per ricevere un po' dell'attenzione che credevano di meritare.
Per quanto le rivalità sembrino ormai sopite dopo la morte di Saverio, il ritrovarsi assieme sotto lo stesso tetto porta a galla una serie di nodi irrisolti e questioni mai del tutto chiarite. Cristina Comencini torna alla regia cinematografica a quattro anni di distanza dal deludente “Quando la notte” (a Venezia fu fischiatissimo) e riscopre toni più leggeri, seppure velati di amarezza, con questa commedia meta-cinematografica dotata più di pregi che non di difetti.
Il primo valore aggiunto è un cast di primissimo ordine, quasi interamente declinato al femminile, con due autentiche punte di diamante rappresentate dalla divertente e divertita performance di Valeria Bruni Tedeschi, perfettamente a suo agio nei panni di questa attrice francese irrisolta e profondamente insicura (per certi versi il lato più leggero del ruolo interpretato dalla stessa Bruni Tedeschi ne “Il capitale umano” di Virzì) e nell'ultima apparizione cinematografica di Virna Lisi.
C'è un sottile piacere nel constatare che un'interpretazione così intensa e completa, lontana dai cliché televisivi che l'hanno accompagnata negli ultimi anni della carriera, sia destinata a essere ricordata come il testamento artistico dell'attrice.
Ma, come dicevamo, è l'intero cast (anche i comprimari uomini) a lavorare benissimo, supportato da uno script che ha il pregio di non cadere mai in alcun eccesso di teatralità pur essendo sostanzialmente basato sulla parola, un po' come le sceneggiature "invisibili" della commedia all'italiana classica, qui omaggiata più e più volte.
Il merito è evidentemente riscontrabile nel tema trattato.
La figura di questo attore latin lover - crasi perfetta tra Gassman e Mastroianni interpretata, con la giusta dose di autoironia, da Francesco Scianna - e delle sue difficili e chiacchieratissime vicissitudini amorose deve essere senz'altro qualcosa che la Comencini, da figlia d'arte di un protagonista della stagione d'oro del cinema italiano, non può non conoscere bene e, forse, addirittura aver vissuto.
Il film scorre così leggero per una prima parte, introduttiva e piena di un cinismo leggero ma al contempo pungente, in cui lo spettatore entra in contatto con l'inesorabile vuoto pneumatico di queste vite, rette in piedi solo dal ricordo di questo padre/marito superstar.
A tale riguardo piace la cinefilia insistita dei flashback che ci mostrano Saverio Crispo solo attraverso scene dei suoi vecchi film, chiare citazioni di alcuni dei capolavori del cinema italiano (si va da “L'armata Brancaleone” a “Ieri, oggi e domani”) utili ad amplificare il forte senso di assenza che permea l'opera (gli eredi, in mancanza di solidi ricordi, rivivono Saverio attraverso il suo lavoro) e la riflessione su come un grande attore possa arrivare a sublimare, per importanza o intensità, la propria vita attraverso la recitazione.
Questo forse è il lato più riuscito del film.
C'è una verve tutta europea che abita il prologo di “Latin Lover” e che lo allontana dall'intimismo un tanto al chilo di molto cinema italiano odierno per avvicinarlo più a qualcosa che sta a metà strada tra l'Almodovar meno caustico (complice anche la presenza di Marisa Paredes) e certa commedia francese à la Cédric Klapisch.
Poi qualcosa cambia e, quasi come se la Comencini temesse di volare troppo in alto, pare adagiarsi su forme di narrazione più consone ai timidi standard nostrani con un coup de théâtre un po' telefonato (una sorta di “Funeral Party” politicamente più corretto) e una risoluzione giocoforza affrettata di tutti i conflitti che sapientemente aveva gestito fino a quel momento.
Ecco quindi che tutto il castello di rancori sopiti a forza e gelosie intestine viene un po' a cadere e il film perde parte del suo mordente per avviarsi quieto verso un finale consolatorio (possiamo solo immaginare cosa si sarebbe inventato un Polanski con del materiale umano del genere) reggendosi quasi esclusivamente sulle spalle del suo splendido cast.
Resta la sensazione di un film buono solo in parte. La prima.

La frase:
"Vostro padre ha avuto tante donne e un solo uomo".

a cura di Fabio Giusti

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