Il mi$$ionario
Durante la proiezione potrebbe sorgere spontaneo un (ingenuo) quesito: perché nel nostro paese non viene distribuito "The road"(*) (tratto dall’omonimo capolavoro letterario di Corman McCarthy, che annovera nel cast tra gli altri Viggo Mortensen e Charlize Theron) mentre arriva agevolmente nelle sale una pellicola come "Il Missionario"? Be', facile obiettare facendo notare che sono due film ben distinti e che probabilmente c’è una domanda superiore di commedie più spensierate.
Ma non sono forse sufficienti le produzioni nazionalpopolari nostrane per rispondere a questa verosimile esigenza del grande pubblico? Evidentemente no, perché appunto sta arrivando il secondo lavoro del francese Roger Delattre (sponsorizzato e prodotto da Luc Besson).
Mario Diccara (Jean-Marie Bigard) è appena uscito di prigione dove soggiornava da sette anni per aver messo a segno un furto di gioielli insieme ad altri complici scampati all’arresto, ma che adesso rivendicano comunque la loro parte della refurtiva. Mario non è per niente una femminuccia e tiene a bada con le cattive maniere (è solito rifilare una testata liberatoria a chi in qualche modo lo ostacola!) i due ex-soci criminali e chiede a suo fratello minore Patrick una mano per tirare il fiato e pensare con più tranquillità al da farsi. Patrick (David "Doudi" Strajmayster), che è un prete, ha un’idea: travestire da parroco il fratellone e metterlo in viaggio alla volta di un paesino sperduto nella Francia del sud dove potrà trovare accoglienza da Padre Etienne. Ma, giunto a destinazione, Diccara scopre che il curato è trapassato proprio qualche ora prima, ma soprattutto si accorge che la popolazione locale è fermamente convinta che lui sia il nuovo parroco mandato dalla Diocesi per la sostituzione di Etienne.
Da questo buffo e colossale equivoco parte e si sviluppa l’intero film: "Padre" Mario che tenta invano di divincolarsi dalle attenzioni dei fedeli per raggiungere i preziosi gioielli - nel frattempo recuperati da Patrick - ma che pian piano si scopre un duro dal cuore tenero e comincia lentamente a sentirsi a suo agio in quei nuovi panni; di contro, invece, Patrick ha un cedimento religioso e prende una strada peccaminosa successivamente al decisivo incontro ad alta tensione demenziale - parodia dell’incipit de "Il Padrino" - con il boss mafioso Giancarlo.
Le gag a volte echeggiano al mito del "Don Camillo" di Fernandel altre alla comicità più scurrile dei cine-panettoni, i ruoli dei personaggi come detto si invertono generando un inevitabile sconfinamento blasfemo, e le banalità abbondano.
Ma qualcosa da salvare c’è: Mario, innanzitutto. Il parroco-galeotto protagonista strappa non di rado un sorriso, e per una commedia di questo tipo non è poco. Poi, il lavoro apprezzabile sull’ambientazione calda e folcloristica e in cui il piccolo paese è stato ricostruito con cura nei dettagli, il (timido) tentativo di un’interessante analisi socio-culturale sulle differenze stilistiche tra la vita nei grandi centri e quella negli angusti territori della provincia, e la fotografia esperta di Thierry Arbogast ("Nikita", "Leon", "Il quinto elemento"). La parte finale è quella addirittura che non t’aspetti con virata morale e buonista sugli storici e ottusi contrasti religiosi che il più delle volte danneggiano gli innocenti.
Insomma, se una sera volete far riposare il cervello e andare al cinema con il solo intento di staccare la spina, "Il missionario" potrebbe fare al caso vostro.

(*) In realtà, una risposta ufficiale c’è, assai stravagante ma c’è: "A bloccare il film non è la scarsa qualità, quanto la preoccupazione per una vicenda ritenuta troppo cupa e deprimente per suscitare l’interesse del pubblico".

La frase: "La tonaca è molto pratica per viaggiare".

Nicola Di Francesco

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