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Godzilla











A partire dal lontano 1954, sessanta’anni di storia sullo schermo divisa in ventotto lungometraggi di produzione giapponese; senza contare il deludente reboot a stelle e strisce datato 1998 che, diretto dal tedesco Roland Emmerich, più che un rifacimento del mitico “Godzilla” di Ishiro Honda sembrava quasi un remake de “Il risveglio del dinosauro” di Eugène Lourié, fonte d’ispirazione proprio per il primo grande film incentrato sul drago dall’alito radioattivo più famoso della Settima arte.
Primo grande film di cui questa rivisitazione americana 2014 in 3D non vuole essere una riproposizione, ma, un po’ come già avvenuto nel 1984 con “Il ritorno di Godzilla” di Koji Hashimoto e quindici anni dopo tramite “Godzilla 2000” di Takao Okawara, una diretta continuazione.
Infatti, pur essendo ambientate le quasi due ore di visione soprattutto tra San Francisco e Honolulu, mentre Ken Watanabe interpreta lo scienziato giapponese Serizawa, ispirato proprio al personaggio principale del capostipite, è da un incidente avvenuto nel 1999 nell’arcipelago asiatico che prende il via l’avventura di Ford Brody alias Aaron Taylor-Johnson: giovane ufficiale della Marina specializzato nel disarmare bombe che si trova da un lato a tentare di ricucire la relazione con il padre Joe, ovvero il Bryan Cranston della serie televisiva “Breaking bad”, dall’altro impegnato a salvare la sua famiglia e l’intera umanità da una gigantesca creatura preistorica improvvisamente risvegliatasi per radere al suolo il mondo.
Gigantesca creatura che non è, in realtà, colui che in patria viene chiamato Gojira e che, con un rinnovato look darkeggiante e decisamente aggressivo, entra distruttivamente in scena in un secondo momento per fronteggiarla, bensì una probabile versione riveduta della falena Mothra, seppur non poco somigliante a Gaos, storico avversario della tartaruga volante Gamera.
Ed è inutile precisare che il momento più atteso della pellicola sia quello dello scontro tra i mostri, anche se l’elemento vincente dell’operazione è individuabile nel fatto che, nel rispecchiare i tempi e le situazioni dei vari tasselli della serie nipponica, il regista britannico Gareth Edwards – autore nel 2010 del fantascientifico “Monsters” – si manifesta capace di non permettere mai allo spettatore di chiudere occhio, neppure nel corso delle sequenze maggiormente improntate sui dialoghi e non volte alla spettacolarità.
Quindi, al di là di emozionanti momenti ricchi di effetti speciali come quelli dell’inondazione o delle varie devastazioni di grattacieli, è anche per merito della tutt’altro che banale costruzione dei protagonisti che possiamo tranquillamente affermare di trovarci dinanzi ad uno dei più coinvolgenti blockbuster d’intrattenimento d’inizio terzo millennio.
Blockbuster che non dimentica, oltretutto, di recuperare l’originale allegoria anti-nucleare e di ricordare che l’arroganza dell’uomo è considerare la natura sotto il suo controllo e non l’esatto contrario.

La frase:
"Questo animale e altri come lui utilizzavano le radiazioni come fonte di cibo".

a cura di Francesco Lomuscio

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