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Diario di una schiappa











"Popolarità a scuola: quanto ti desidero!" Negli Stati Uniti, l’infanzia e l’adolescenza sembrano essere dei veri incubi. O si è un fico o si è uno sfigato e se si appartiene a quest’ultima categoria, la depressione e le umiliazioni sembrano essere dappertutto. Con "Diario di una schiappa" l’età delle preoccupazioni si abbassa ulteriormente dai canonici 14-15, per andare a toccare i ragazzini di 11 anni. Parafrasando uno dei motti di Homer Simpson dedicato alla televisione, potremo dire che "se lo dice il cinema, sarà vero" e non c’è nulla da ironizzare, lo crediamo davvero.
"Diario di una schiappa" è nato prima di tutto da una serie di libri scritti da Jeff Kinney (il titolo originale è "Diary of a WimpyKid") tra il 2007 e 2010 e ancora, dato il successo, in pubblicazione. La particolarità di "Diario di una schiappa" rispetto a tante storie che, allo stesso modo, trattano il controverso equilibrio che i ragazzi di oggi devono trovare a scuola, combattuti tra la ricerca di popolarità e l’esigenza di rimanere fedeli a sé stessi, ai veri valori e ai vecchi amici, è la forma scelta per il racconto. Nel libro è un insieme di resoconti giornalieri inframmezzati da vari disegni (un po’ come per il francese "Le vacanze del piccolo Nicolas")in cui il protagonista diventa un personaggio dei fumetti, nel film sono invece brevi intermezzi animati. Il risultato è una pellicola senza dubbio rivolta al pubblico più giovane, all’inizio molto carina e originale per alcune scelte visive e narrative, ma alla lunga ripetitiva e dalle basse ambizioni: viene detto esattamente ciò che ci si aspetta che venga detto, nulla più. Il continuo ricorso alla voce narrante, un espediente scelto sicuramente per sottolineare l’origine letteraria del film, rende il canovaccio un po’ macchinoso ed incapace di divertire fino in fondo anche quando il protagonista ne combina di tutti i colori. Si sorride ogni tanto, ma nulla più. Forse però il vero problema è il personaggio principale, Greg Heffley, è troppo antipatico per empatizzare con le sue disavventure. Per un successo (ai botteghini americani) di cui si parla tanto e per cui è già in cantiere un sequel, ci si poteva aspettare di più.

La frase:
"Questo posto è un deserto intellettuale".

a cura di Andrea D'Addio

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