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Bohemian Rhapsody

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Francesco Lomuscio20 novembre 2018Voto: 8.0
 

  • Foto dal film Bohemian Rhapsody
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I titoli di coda scorrono sulle note di “Don’t stop me now”, mentre è “Somebody to love” ad accompagnare quelli di testa, con l’immediata entrata in scena di colui che, all’anagrafe Farrokh Bulsara e scomparso nel 1991 a soli quarantacinque anni, il mondo delle note ricorderà sempre come Freddie Mercury.
Colui di cui seguiamo la ricostruzione in finzione della vita a partire dalla Londra del 1970, prima ancora di vederlo fare conoscenza con il batterista Roger Taylor e il chitarrista Brian May, ovvero il Ben Hardy di “Mary Shelley – Un amore immortale” e un Gwilym Lee da candidatura all’Oscar quanto il protagonista Rami Malek, camaleontico nel rievocare la fisicità del carismatico frontman di quella che, con l’aggiunta del bassista John Deacon qui dalle fattezze di Joe Mazzello, è divenuta la band dei Queen.

Del resto, tra un Aidan Gillen nei panni del John Reid già manager di Elton John e un irriconoscibile Mike Myers in quelli dell’immaginario discografico Ray Foster, che non manca di aprire con il quartetto una accesa e contrastante discussione relativa a quanto un pezzo atipico e fuori dagli schemi come “Bohemian rhapsody” possa trasformarsi in un successo, è un cast decisamente lodevole a popolare le oltre due ore e dieci di visione in cui, oltretutto, Lucy Boynton incarna la Mary Austin alla quale Mercury dedicò “Love of my life”.
Perché, man mano che viene posto in evidenza il suo attaccamento nei confronti dei gatti e che si approda all’emersione dello spettro dell’AIDS, è in maniera progressiva che l’omosessualità dell’indimenticato Freddie esce allo scoperto, tra più o meno burrascoso rapporto con il manager personale Paul Prenter e l’amicizia (e non solo) di Jim Hutton, rispettivamente interpretati da Allen Leech e Aaron McCusker.
Tutti eventi che, al timone di regia, l’x-meniano Bryan Singer gestisce a dovere nello sfruttare, contemporaneamente, il ricco campionario musicale queeniano, dalla “Fat bottomed girls” che scandisce le immagini del tour negli Stati Uniti alla “Another one bites the dust” atta ad introdurre il periodo della discesa nella droga, nei vizi e nel vortice degli amanti gay occasionali.
Senza dimenticare “Under pressure”, la complicata realizzazione dell’album “A night at the Opera”, l’esibizione al Madison Square Garden di “We will rock you”, pezzo che apprendiamo essere stato pensato per far cantare gli spettatori, e una frecciatina all’America, paese definito di puritani in pubblico e depravati in privato quando si rifiuta di mandare in onda il videoclip di “I want to break free”.
Fino alla trascinante coda conclusiva della ricostruzione del Live Aid, a metà anni Ottanta, dinanzi alla quale, in mezzo a “Radio Ga Ga” e “We are the champions”, risulta decisamente difficile non sprofondare nella commozione nella consapevolezza di aver assistito al coinvolgente resoconto in fotogrammi di un uomo di successo che, come nella maggior parte dei casi accade, rimaneva senza nessuno attorno, circondato quasi sempre e in maniera esclusiva da chi intendeva sfruttarne la popolarità.

A tal proposito, non poco emblematica è la breve inquadratura in cui gli occhiali a specchio, rappresentazione, in un certo senso, della ricchezza raggiunta dalla sua figura, ne riflettono l’immagine completamente solo.
Inquadratura che, insieme all’ottimo montaggio di John Ottman, rientra, senza dubbio, tra i validi elementi che bastano a convincerci di avere per le mani uno dei più riusciti lavori singeriani, nonché uno dei migliori biopic musicali di sempre.


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