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Arrival

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Rosanna Donato01 settembre 2016Voto: 8.0
 

  • Foto dal film Arrival
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Il regista di “Prisoners” e “Sicario”, Denis Villeneuve, colpisce ancora. Questa volta, però, lo fa portando sui grandi schermi di tutto il mondo la pellicola di fantascienza “Arrival", in concorso alla 73. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Quando un misterioso oggetto proveniente dallo spazio atterra sul nostro pianeta, per investigare su quanto accaduto viene formata una squadra di élite, capitanata dall’esperta linguista Louise Banks (Amy Adams). Mentre l’umanità vacilla sull’orlo di una Guerra globale, la donna e il suo gruppo - tra cui emergono Ian Donnelly (Jeremy Renner) e il colonnello Weber (Forest Whitaker) - affronta una corsa contro il tempo in cerca di risposte e per trovarle, farà una scelta che metterà a repentaglio la sua vita e, forse, anche quella del resto della razza umana.
Esistono davvero gli alieni? Cosa vogliono da noi? Come dovremmo comportarci nei loro confronti? Come possiamo comunicare con loro?

Che Denis Villeneuve fosse un regista capace l’avevamo già intuito, ma non avremmo mai immaginato di assistere a un’opera cinematografica così ben calibrata. A emergere non sono solo le scelte registiche (ricca di primi piani dotati di un’intensità unica e invidiabile) e stilistiche, ma anche l’accurata ricerca della perfezione che si nota attraverso particolari ripresi, anche per quanto riguarda l’interpretazione dei protagonisti.
I personaggi, infatti, spesso non hanno bisogno di parlare per comunicare tra di loro in quanto usano la profondità dei loro sguardi, capaci di trasmettere emozioni chiare e forti e di tenere incollati gli spettatori allo schermo per tutta la durata della pellicola, senza risultare mai noioso.
A rendere il progetto diverso da quelli dello stesso genere che solitamente siamo abituati a vedere al cinema è la volontà del regista di mettere al centro della storia l’importanza della comunicazione: non solo tra gli uomini, ma tra tutti gli esseri viventi, anche gli alieni (sempre se esistono chiaramente).

Quando la linguista viene chiamata dal governo per tentare un approccio con queste nuove entità (12 in tutto), prende vita un modo inedito di rivolgersi a loro: immagini che nascondono un grande significato - a volte frainteso - e impossibili da comprendere a una prima occhiata.
La pellicola, a tratti imprevedibile, mostra la caparbietà di una donna il cui unico obiettivo è quello di trovare la maniera giusta per essere accettata dagli alieni, ma quale sarà? La donna cerca di conquistare la loro fiducia mostrandosi senza tuta e cercando, tramite azioni ben pensate da parte del regista, di fargli capire la totale disponibilità dell’America nei loro confronti (aspetto che il pubblico potrebbe trovare decisamente paradossale, ma d’altronde stiamo parlando di una pellicola di fantascienza). Questo rapporto, però, non si ferma solo alla semplice conoscenza: la linguista, infatti, sembra essere a stretto contatti con essi, come fossero uniti da un legame più profondo.
Non possiamo ‘spoilerare’ proprio tutto della pellicola, quindi per capire la relazione tra Louise e gli otopedi dovrete attendere la sua uscita nelle sale italiane.

Ciò che più colpisce, oltre al reale motivo per cui gli alieni hanno raggiunto la terra (questa volta l’arma non è qualcosa di pericoloso, ma di utile), è l’assoluta semplicità con cui Louise riesce a insegnare agli extraterrestri - partendo dalle basi - il linguaggio americano, permettendo così a loro di riuscire a farsi comprendere dagli umani attraverso le suddette immagini, sempre a forma di cerchio.
In Arrival, la cui colonna sonora è travolgente e cambia in base all’intensità delle scene e a ciò che avviene in quel momento, si assiste a un intreccio tra passato, presente e futuro che potrebbe confondere il pubblico in sala. Questo perchè fino a pochi minuti prima dell’intenso finale è difficile capire cosa si è verificato prima e cosa, invece, non potrebbe non essere ancora avvenuto.
Interessante è anche l’uso continuo di quelli che all’apparenza sembrano flashback (sarà davvero così? possiamo solo dirvi che tutti vedono la presenza di una bambina), espediente che solitamente disturba il pubblico, ma che in questo caso permette di avere una visione più completa di tutta la storia e aiuta lo spettatore a farsi un’idea più precisa su quanto realmente sta accadendo.
Parlando dei due interpreti, che nei loro ruoli sono impeccabili (soprattutto Amy, che qui lavora con un’intensità sconvolgente) e molto credibili, possiamo dire che la coppia Adams-Renner pare funzionare benissimo sul grande schermo. L’alchimia tra i due è palpabile fin dall’inizio del film, e non è difficile intuire che tra i loro personaggi potrebbe nascere qualcosa. Non lasciatevi ingannare da ciò, perché la storia è molto più complessa di quanto sembri, ma solo nel finale avrete risposta a tutte le domande che vi si presenteranno in testa durante la proiezione.

Il film è consigliabile perlopiù a giovani e adulti per la presenza di scene di grande impatto emotivo.


FilmUP
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