Questione di cuore
Alberto e Angelo non hanno nulla in comune. Alberto è uno sceneggiatore di successo, proveniente dal nord’Italia, mentre Angelo è un carrozziere romano "verace", coniugato e con due figli, il terzo in arrivo. Eppure una notte qualcosa li accomuna: il loro cuore si "ingrippa", "infarta", e i due si trovano vicini di letto nel reparto di terapia intensiva di un’ospedale romano, e si conoscono.

Dimenticate la brutta locandina che sembra alludere alla classica commedia sulla coppia improbabile al maschile lanciata in situazioni ridicole o assurde. Tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Contarello, "Questione di cuore" è un film molto delicato sull’amicizia, sul senso della vita e delle relazioni umane e su come spesso i tentativi di pilotare i rapporti tra uomini si risolvano in modo inaspettato e sorprendente. Ci sono elementi di commedia, naturalmente, e almeno due momenti sono assolutamente spassosi. Fra tutti spicca un cammeo di Carlo Verdone (nella parte di se stesso), più ipocondriaco e comico che mai. Questione di cuore però si mantiene su un equilibrio rarissimo e lodevole, tenendosi distante sia dalla classica commediaccia italiana sia dall’italico patetismo che tanto ha fatto soffrire il pubblico in sala negli ultimi lavori nostrani. Ottimo il cast, e oltre ad Albanese e Kim Rossi Stuart, già abbondantemente apprezzati, si distinguono Francesca Inaudi e Micaela Ramazzotti. Quest’ultima del resto aveva dato una notevole prova attoriale già in "Tutta la vita davanti" e quindi la sua interpretazione più che una sorpresa è una conferma.
Al di là dei meriti individuali quello che spicca in maniera ancora più forte in Questione di cuore è la capacità della Archibugi di dirigere gli attori, altra qualità molto rara nel cinema italiano.
Dal nome più noto al meno noto ciascuno viene diretto in maniera energica e funzionale alla "macchina-film" in modo tale cioè che ciascun ingranaggio scorra senza intoppi, senza spreco di movimento e senza la minima sbavatura. Ben sapendo quando tirare la briglia e quando lasciarla sciolta, la Archibugi crea tra l’altro un ottimo equilibrio tra esigenze registiche ed esuberanza attoriale, come è sempre più raro vedere.

Il lavoro di Contarello viene quindi ripreso, maneggiato e modificato con sensibilità e intelligenza fino a trasformarsi in una pellicola di rara dolcezza e piacevolezza, senza alcun dubbio il più bel film italiano di questo primo scorcio di 2009.

La frase: "...e perché “er caffè” deve essere “ar vetro”?!? Cosa cambia".

Mauro Corso

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