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Love for Life











In un piccolo villaggio cinese un uomo senza scrupoli di nome Qi Quan commercia sangue attraendo la povera comunità con la promessa di denaro facile. Una condotta amorale che diffonde il virus dell’AIDS e terrorizza gli abitanti sani, che porteranno i contagiati a rintanarsi in una vecchia scuola-ghetto gestita proprio dall’abietto padre di Qi Quan e che ospita l’altro figlio De Yi (Aaron Kwok). De Yi s’innamorerà presto della deliziosa Qin Qin (Ziyi Zhang di "Memorie di una geisha"), infetta anche lei e sposata con suo cugino; i due uniti nel dramma dell’HIV inizieranno a vedersi di nascosto e poi, una volta scoperti, ufficializzeranno la relazione.
"Love for life", terzo film del cinese Gu Changwei – già stimato direttore della fotografia di Zhang Yimou e Chen Kaige – contiene diversi elementi strutturali che lo rendono potenzialmente accattivante ma che, per come sono stati sviluppati, non facilitano la lettura della pellicola durante la visione e anzi sottendono una multipla chiave di lettura.
Dal titolo internazionale, la strada più accreditata sembra essere la storia d’amore tra due protagonisti tormentati, che condividono un destino crudele e inseguono un piccolo, effimero sogno di felicità.
Il rapporto, però, innesca anche una riflessione di carattere universale sulla vita: conoscere in anticipo la propria sorte, sapere che rimane poco tempo rinvigorisce la vitalità dei protagonisti scatenando in loro delle emozioni travolgenti. Stati d’animo capaci di muovere energicamente gli uomini ma che li pone di fronte a drammatici timori su chi sarà il primo a dire addio all’altro.

C’è poi il focus sul traffico illegale di sangue e sulla malattia. Gu Changwei si sofferma inizialmente sullo scenario socio-culturale provando forse a sensibilizzare il pubblico circa l’esistenza di simili fenomeni che fanno leva sulla disperazione e ignoranza dei cittadini delle aree sottosviluppate. Il regista intende inoltre mandare un messaggio contro l’atteggiamento discriminatorio di cui sono vittime i malati di AIDS; volontà che emerge con evidenza durante la narrazione attraverso numerose scene che mostrano – sul filo del grottesco – la diffidenza e la fobia della comunità nell’interazione con "l’altro".
Una danza, lenta e inesorabile verso la morte scandita dalla voce fuori campo del bambino deceduto nei minuti iniziali che contribuisce ad alimentare un’atmosfera fiabesca, per una vicenda toccante immersa in un rosso fulgido e sanguinoso (colore ricorrente anche nei costumi e negli oggetti, oltre che in un finale curiosamente macabro) ma cui manca un baricentro emotivo oltre che un’identità in grado di accreditare il progetto.

La frase:
"Il sangue è come l’acqua, non si esaurisce mai".

a cura di Nicola Di Francesco

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