Jerichow
Germania. Lui è un ricco turco gestore di bar e chioschi con qualche problema di alcool e che sogna un presto ritorno in patria. Lei è la sua bionda e avvenente moglie convinta un tempo al matrimonio più dal benessere economico che ne sarebbe derivato che dalla passione. L’altro lui è un ex militare congedato con disonore dall’esercito tedesco (le ragioni rimarranno un mistero per tutta la durata del film) con problemi di soldi e pronto ad accettare il lavoro di autista offertogli dal turco. Insomma, siamo dalle parti del più classico dei triangoli amorosi, quello che a partire dal romanzo di James Cain, “Il postino suona sempre due volte”, ha avuto tante (e di vario livello) trasposizioni cinematografiche.
Quella di Jerichownon è quindi un’idea di partenza originalissima, ma non c’è nulla di male in questo. Ormai tanti film non sono altro che scopiazzature di pellicole già viste, uno in più che si richiama in maniera esplicita ad un altro non fa il male del cinema. Dopotutto a volte basta una piccola variante narrativa, un personaggio diversamente caratterizzato o una regia di tutt’altro tipo, per nobilitare un film. Peccato che Jerichow (il titolo riprende il nome della cittadina in cui si svolge la vicenda) non abbia nulla di tutto ciò. Giusto il finale prende una piccola deviazione dal déjà-vù, ma poco conta.
Christian Petzold scrive e dirige un film che sembra un esercizio di stile. Non c’è passione nel suo racconto, né tra i personaggi né (illazione) nel modo con cui ci racconta la storia. I tanti silenzi del film (proprietà soprattutto di un Benno Furmann pronto ad un Carnevale vestito da The Rock) che non sono che uno dei tanti espedienti con cui si va a sottolinenere incomunicabilità e solitudine, ma l’unica idea per rendere questo concetto (trito e ritrito quando proposto in questi termini). L’unica idea interessante, quella del distacco dalla patria natia per quanto riguarda il marito, si perde ben presto all’interno del semplice intreccio adulterino. La composizione delle scene è tanto sfacciatamente geometrica (con il finale che ricostruisce i tre vertici del triangolo con le tre persone), quanto fredda. Un prodotto senza anima, che a luci accese in sala fa chiedere: e allora?

La frase:
"-Balli come i greci"
"-E tu che ne sai di come ballano quei bastardi greci?"
"-Ho visto Zorba il greco".

Andrea D'Addio

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