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Il ragazzo invisibile - Seconda generazione

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Francesco Lomuscio21 dicembre 2017Voto: 5.0
 

  • Foto dal film Il ragazzo invisibile - Seconda generazione
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È vero che i supereroi non esistono? Di sicuro, non secondo il giovane Michele Silenzi che avevamo conosciuto tutt’altro che popolare a scuola, poco amante dello studio, incapace di eccellere negli sport, ma destinato a scoprire di essere in grado di far scomparire del tutto il proprio corpo ne “Il ragazzo invisibile”, diretto nel 2014 dal napoletano classe 1950 Gabriele Salvatores. Il Michele Silenzi che è ancora una volta Ludovico Girardello ad interpretare in questo sequel che, sempre sotto la regia del vincitore del premio Oscar autore di “Mediterraneo”, lo vede impegnato ad affrontare una nient’affatto serena adolescenza, in quanto la ragazza dei sogni Stella alias Noa Zatta ama un altro coetaneo e il rapporto con gli adulti si rivela sempre più difficile.
Adulti di cui non fa più parte la Giovanna che ebbe i connotati di Valeria Golino, qui presente soltanto in brevi apparizioni per lasciare spazio a Ksenia Rappoport nei panni di Yelena, che, madre naturale del protagonista, lo trascina in una pericolosa avventura insieme ad una misteriosa ragazza di nome Natasha, incarnata dalla Galatéa Bellugi di “Riparare i viventi”.

Perché, se il lungometraggio precedente guardava chiaramente allo “Spider-man” di Sam Raimi nell’inscenare il difficile percorso intrapreso da Gabriele al fine di apprendere la maniera di controllare la particolare facoltà di cui era venuto a conoscenza, questo secondo capitolo si rifà in maniera evidente alla saga “X-Men”, complice l’introduzione di uno stuolo di individui dotati di particolari poteri e denominati speciali. Individui che spaziano da chi possiede una forza sovrumana a chi si mostra capace di far addormentare le persone con uno sguardo, passando per qualcuno che può addirittura allungare i propri elastici arti, come il Mister Fantastic dei Fantastici 4.

Del resto, già il capostipite lasciava intuire il tentativo di fornire una risposta tricolore ai gettonatissimi cinecomic a stelle e strisce d’inizio terzo millennio; ma, se in quel caso avevamo un elaborato che, pur non esente da pecche di sceneggiatura e penalizzato da una decisamente esile dose di spettacolarità, riusciva a malapena a conseguire il proprio ambizioso obiettivo, qui la situazione non migliora per nulla, anzi, peggiora.
Infatti, sebbene il tutto punti maggiormente all’azione, lo script – per la seconda volta a firma di Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo – sfodera non poche forzature difficilmente giustificabili e gli effetti visivi lasciano in diverse occasioni a desiderare, tanto che il cinefilo più attento alla riscoperta dei b-movie nostrani del passato non fatica ad associare il risultato a ridicoli esperimenti analoghi degli anni Sessanta (si pensi solo a “Flashman” di Mino Loy).

Con la conseguenza che, tra discutibilissimi prove sfoderate da buona parte del cast, musiche tirate in ballo spesso quando non ve ne è bisogno e, al contrario, assenti nei momenti in cui sarebbero necessarie (e sorvoliamo sulla “Wouldn’t it be nice” dei Beach boys che si contende ormai il primato con “Sympathy for the Devil” dei Rolling stones per quanto riguarda storiche hit cinematograficamente abusate a vanvera), il respiro generale si avvicina più a quello di una parodia che di una continuazione.
Mancando il bersaglio che, invece, Gabriele Mainetti aveva pienamente centrato tramite lo splendido “Lo chiamavano Jeeg robot” contestualizzando il suo italian superhero nell’ambito della delinquenza di stampo romano, anziché puntare in maniera improbabile – come fatto erroneamente in questo caso e nel primo episodio – a mastodontiche (ir)realtà criminali di taglio internazionale.


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