Water
Fuoco, Terra, Acqua. Tre i film dedicati agli elementi dalla regista indiana Deepa Mehta (laurea in filosofia, il suo primo lungometraggio "Sam & Me" vinse la Camera d'Or al Festival di Cannes del '91), e quest'ultimo è quello dalla genesi più sofferta. Problemi già c'erano stati per "Fire" (storia di lesbismo), allorquando il gruppo fondamentalista indù Shiv Sena attaccò vari cinema del paese che lo programmavano, sebbene in seguito al ritiro dalle sale il titolo divenne il DVD pirata più venduto in India. Le cose sono andate anche peggio per "Water": una folla organizzata dal partito BJP allora al potere a Nuova Delhi distrusse il set del film, gettò a fiume le attrezzature e minacciò di morte la Mehta e le attrici. Il governo interruppe la produzione per questioni di "pubblica sicurezza" e ci sono voluti quattro anni per ripartire con le riprese, effettuate in Sri Lanka segretamente.

Secondo tradizione, le vedove - protagoniste della pellicola - hanno tre possibilità: ardere col cadavere del marito, sposare il fratello minore del defunto (sempre che la famiglia sia d'accordo) o diventare intoccabili, rasate e chiuse in un'Ashram da cui uscire solo per elemosinare. La vicenda è ambientata nel 1938, ma le reazioni suscitate dall'opera dimostrano l'attualità di un dramma riguardante milioni di donne in India. Sulla condizione femminile più in generale, la cineasta tira in ballo pure i matrimoni combinati e la prostituzione di bambine, e punta poi il dito contro i corresponsabili anelli della catena, quali ad esempio la megera a capo della casa che specula sulla sofferenza delle poverette o "liberali" bramini che grazie alla propria posizione sociale ne approfittano sessualmente, uomini di "scarsa moralità abituati a interpretare i testi sacri a loro vantaggio". La speranza è incarnata da Gandhi, che vuole liberare le vedove e considera i "Paria" figli di dio, perciò ad un giovane illuminato cui è affidata una piccola dal destino imposto non resta che salire sul treno del Mahatma e lasciarsi quel mondo alle spalle. Lo stile è di un manierato esotismo, ma qui la funzione pubblica dell'arte viene prima.

La frase: "Un familiare in meno da sfamare, un sari, un letto, più spazio dentro casa. Una questione di soldi in nome della religione. Come sempre".

Federico Raponi

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