PELHAM 1-2-3: Ostaggi in metropolitana
"Chi rapinerebbe un treno della metropolitana? Bisognerebbe essere pazzi considerando che si tratta di un sistema chiuso". E’ questa la considerazione che, dal 1973 in poi, ha tenuto con il fiato sospeso i tanti lettori del romanzo "La presa di Pelham 1 2 3", scritto da Morgan Freedgood sotto lo pseudonimo di John Godey. Un libro ricco di suspanse che ha già avuto due trasposizioni in fiction: una cinematografica nel 1974, una televisiva nel 1998.
Con questa nuova versione siamo quindi, come già involontariamente il titolo suggerisce, a 3 (in realtà il titolo indica l’orario e il luogo di passaggio di un treno della metropolitana newyorkese: Pelham Bay Park dell’una e ventitre). Dietro il progetto c’è Tony Scott, per la quarta volta regista di un film con Denzel Wahsington dopo "Allarme rosso", "Man on fire" e "Déjà-vu". Stavolta il secondo attore afroamericano premiato con l’Oscar come miglior attore protagonista (dopo Sidney Poitier) non è un poliziotto, ma un "semplice" impiegato comunale. Gestisce e coordina lo smistamento della metropolitana. E’ lui a mettersi in contatto con il conducente di un treno quando questo appare inspiegabilmente fermo sui binari. A rispondergli però, c’è il capo di una banda criminale che ha preso in ostaggio i passeggeri e che si aspetta di essere pagato dieci milioni di dollari per lasciarli andare...
Messo da parte lo humour del film con Walter Matthau del ‘74, Tony Scott cerca come al solito di confezionare una pellicola ricca di adrenalina: montaggio frenetico, musica ad alto volume come un energico videoclip rock e azione a go-go. Il suo è un modo di intendere il cinema d’azione che spinge sempre il piede sull’acceleratore: le sovrimpressioni con l’orario per ricordare l’esaurirsi del conto alla rovescia, i movimenti della macchina da presa, improvvisi e a schiaffo, che sgranano sui volti dei criminali, le interpretazioni sempre urlate dell’antagonista di turno (in questo caso un John Travolta ancora non stravolto dalla tragedia privata della morte del figlio). Nonostante la tecnologia, il budget senza limiti, e un po’ di sangue in più, quello di Scott continua a sembrare un cinema stantio, figlio di action-movie anni ’90 ormai superati: gli atteggiamenti dei personaggi non sono credibili, i malfattori sono normalmente psicopatici e il buono di turno, a piedi, riesce ad arrivare sempre prima del resto della polizia per avere il suo bel faccia a faccia conclusivo con il cattivo. Si percepisce la volontà di richiamare nella trama le colpe degli speculatori di Wall Street, artefici della crisi economica internazionale, ma il tutto si traduce in dettagli malamente esplorati, quasi che non si sia in grado di dire di più che non: "sono sempre stati dei brutti tipi, ma anche lo stato ha le sue colpe". Ne esce un film di intrattenimento che si guarda senza problemi, senza però entusiasmare, che si rischia di dimenticare subito sulla via del ritorno. Sia che si apra lo sportello della macchina che salendo sul primo gradino dell’autobus o oltrepassando le porte d’entrata della metropolitana, il piacere della visione dura un attimo. 3,2,1, finito.

La frase: "Gli ostaggi sono un’assicurazione".

Andrea D'Addio

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