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The Hateful Eight











C’era una volta Quentin Tarantino, il cineasta originario di Knoxville che, appassionato di celluloide di genere e dichiarato estimatore dei b-movie italiani risalenti agli anni Sessanta e Settanta, ci convinse attraverso l’eccellente “Pulp fiction” (1994) che alla Settima arte, ormai arrivata ad una notevole saturazione di idee originali, non rimaneva altro da fare che cercare l’innovazione rimescolando in maniera narrativamente atipica situazioni e argomenti già portati sullo schermo.
Ma soltanto dopo aver sbalordito pubblico e critica con il violento e sboccato gangster movie “Le iene” (1992), ambientato quasi interamente all’interno di uno spazio chiuso proprio come il suo secondo western, che, a tre anni dal non riuscitissimo “Django unchained” (2012), qualche tempo più tardi della Guerra civile s’immerge nell’affascinante Wyoming innevato – ricordando “Il grande silenzio” (1968) di Sergio Corbucci – per rinchiudere il cocchiere James Parks e altri più o meno loschi otto individui in una stazione di posta per le diligenze.
Otto individui spazianti dal cacciatore di taglie Kurt Russell alla Jennifer Jason Leigh che ha catturato; passando per l’ex soldato nero dell’Unione Samuel L. Jackson, il presunto nuovo sceriffo Walton Goggins, il boia Tim Roth, il mandriano Michael Madsen, Demian Bichir, addetto al rifugio, e il generale confederato Bruce Dern. E, con annesso intuibile omaggio a “Milano odia: la polizia non può sparare” (1974) di Umberto Lenzi, è proprio il racconto che viene fatto a quest’ultimo a proposito di suo figlio a rientrare tra i momenti maggiormente memorabili dell’insieme, diviso in capitoli e volto in maniera evidente a giocare sul continuo ribaltamento dei concetti di tradimento e lealtà.
Anche perché, tra tipici dialoghi tarantiniani infarciti d’immancabile ironia e tensione destinata a salire fotogramma dopo fotogramma, più che l’impressione di assistere ad un titolo appartenente al genere segnato da “Per un pugno di dollari” (1964) e “Il mucchio selvaggio” (1969), si prova quasi quella di avere davanti agli occhi una rilettura de “La cosa” (1982) di John Carpenter tramite il filone reso grande da Sergio Leone e Sam Peckinpah. Complice non solo una seconda parte dal sapore horror sguazzante in teste deflagrate ed abbondanti schizzi di liquido rosso, ma anche e soprattutto la figura della donna rappresentata in qualità di manipolatrice della mente del sesso maschile, proprio come lo fu la creatura aliena nel capolavoro fantascientifico dell’autore di “Halloween – La notte delle streghe” (1978).
Capolavoro oltretutto musicato dallo stesso Ennio Morricone qui responsabile dell’ottima colonna sonora che, insieme alle lodevoli performance sfoggiate dal cast e all’impeccabile fotografia di Robert Richardson, rientra tra i pregi più grandi di una non breve ma tanto lenta quanto coinvolgentissima visione cui giova ulteriormente la scelta di aver recuperato il formato di ripresa Ultra Panavision 70, abbandonato dai tempi di “Khartoum” (1966) di Basil Dearden ed Eliot Elisofon. Scelta che, nell’epoca della freddezza del digitale e dell’effettistica in CGI (in parte presente anche in questo caso), contribuisce a trasportare il tutto nel calore del grande cinema di una volta: sporco, cattivo, ma tutt’altro che brutto.

La frase:
-"È così che i negri trattano le signore?"
-"Tu non sei una signora".

a cura di Francesco Lomuscio

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