Pop Skull
Un “Warning” prima che il film abbia inizio avvisa subito che quanto seguirà non è adattato a chi soffre di epilessia. Una premessa che lascia già intuire come il linguaggio cinematografico esca, con Pop skull, fuori dal canonico per arrivare a qualcosa di molto diverso.
Quello che Adam Wingard realizza è infatti un lungometraggio misto tra videoarte (avete presente quei filmati che si vedono magari in discoteca su scherni di cui non si può sentire l’audio, ma che sembrano seguire il ritmo della musica house o similia?) e cinema di finzione, con strizzatine d’occhio al cinema di Lynch e all’horror più psicologicamente violento, quello che parte dalla provincia americana e i suoi protagonisti per evocare i delitti più efferati e frutto di pazzia.
Il contenuto, la storia di un ragazzo lasciato dalla compagnia che, continuando a farsi di droga, si lascia suggestionare da una leggenda e comincia a non riconoscere più la realtà dalle allucinazioni, si fonde più che mai con uno stile che vuole rendere partecipe, in termine di disturbo, lo spettatore. E così le luci lampeggiano sui fotogrammi, la musica si ripete, la fotografia sgrana e fa buio in modo che difficilmente si possano cogliere le fattezze dei vari personaggi. Non c’è linearità nel racconto, flashback e flashforward diventano indistinguibili, se non nella capacità di suggestionare, e per certi versi, giustificare il finale, quasi che un mondo del genere (quello che si vede attraverso gli occhi e la mente del protagonista) non possa che portare alla distruzione (se non propria, degli altri).
Girato con soli tremila dollari da un esperto di cinema indipendente (il film non a caso è un cult per i navigatori di Internet più attenti a questo tipo di prodotti), il film è presentato all’interno della sezione Extra alla Festa del cinema di Roma, come un vero e proprio evento. E’ lecito che possa non piacere, ma è oggettivo che sia un modo nuovo di affrontare il cinema che, già solo per il coraggio, va apprezzato.

La frase: "Mia madre mi ha raccontato che...".

Andrea D’Addio

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