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Midnight in Paris











Parigi, oltre a conquistare mezzo mondo, ha conquistato anche Woody Allen e Gil, il suo alter ego protagonista del film, uno sceneggiatore di Los Angeles in visita a Parigi con la fidanzata Inez e i genitori di lei. Lui proprio soddisfatto non è, vorrebbe dedicarsi alla narrativa; Inez non è – forse – la donna dei suoi sogni; la situazione familiare è oppressiva e Parigi è lì, con le sue vedute da cartolina, la sua magia che fa capolino da ogni angolo. Una notte, mentre Gil passeggia solitario per stradine acciottolate, allo scoccare della mezzanotte, come succede in tutte le fiabe, il tempo si mette a correre all’indietro, trasportando lo scrittore proprio dove vorrebbe essere, negli anni Venti, nella Belle Epoque, quando Parigi era la culla di artisti come Picasso, Buñuel, Gertrude Stein, Francis Scott Fitzgerald, Dalì, Man Ray. Gil li incontrerà, notte dopo notte, a mezzanotte, così come incontrerà una donna, Adriana, forse il sogno più grande.
Midnight in Paris è un canto d’amore da parte di Woody Allen per la Ville Lumière, che filma come un innamorato, la cristallizza nei suoi cliché e poi li supera, li altera nella visione onirica del protagonista. Un itinerario in un’epoca vagheggiata da tanti, tra artisti che Allen ama da sempre. È un viaggio andata e ritorno dalla realtà ai sogni, quelli sempre desiderati, che paiono dare un senso al quotidiano che non ci soddisfa, che sono la nostra nicchia per sfuggire un po’ dal ripetersi dell’oggi. Come fa Gil, un ottimo e misurato Owen Wilson, che vive nella nostalgia di epoche passate, di una ipotetica età dell’oro che, con la fantasia, si figura perfetta, in un film che coniuga in equilibrio magico malinconia e leggerezza, gag e riflessioni. Woody Allen è ritornato alla grande, portando le sue/nostre ossessioni sullo schermo, invitandoci al sogno ma anche al suo superamento, perché è bello sognare ma anche saper ritornare. E il ritorno forse è più ricco, perché il confrontarci con i nostri desideri più segreti ci dà la misura di quello che, nella realtà, vorremmo cambiare o dovremmo affrontare per iniziare a vivere davvero. Secondo i nostri sogni calati nella realtà.

La frase:
"L’artista non è chi fugge, ma chi, con la sua opera, cerca di dare senso e speranza di fronte all’insensatezza dell’esistenza".

a cura di Donata Ferrario

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