Il sentiero di Meek
Un nuovo punto di vista, tutto femminile, sul vecchio West. Un film dove spesso parlano non le parole, ma i lunghi silenzi.
Solo il tocco di una donna può riuscire in tutto ciò. E’ quanto ha tentato di compiere la regista americana Kelly Reichardt con il suo nuovo film "Meek’s cutoff" (Il sentiero di Meek), in concorso alla 67esima Mostra del Cinema dove è stato presentato in anteprima.
Oregon, 1845: una carovana di tre famiglie abbandona il gruppo che si sposta verso le montagne Cascade per seguire una scorciatoia alla guida di Meek. E’ un viaggio duro, pesantissimo, che mette alla prova l’unione del gruppo. La fatica è ben visibile nei loro visi, non c’è tempo per le parole, importa solo camminare per coprire la massima distanza possibile ogni giorno.
Pur avendo portato con sé solo pochi averi e qualche ricordo della vita abbandonata, il percorso verso le montagne risulta sin dal principio pieno di difficoltà e ostacoli. Il film ci mostra questo silenzioso cammino a partire dal momento in cui il gruppo ha la consapevolezza di essersi perduto (nei primi dieci minuti l’unica parola, non detta ma scritta sulla pietra, è lost – perduti) ed inizia a mettere in discussione la fiducia verso la loro guida Meek.
Piano piano, con lo scorrere del tempo, iniziamo a viaggiare con la carovana e a conoscere le dinamiche interne al gruppo: la sua vera forza, fin da subito è evidente, sono le donne, che con la loro silenziosa attività cercano di offrire ai compagni di vita e di viaggio una parvenza di normalità. Purtroppo però stanchezza e sfiducia prendono il sopravvento, e si arriva quasi all’isteria nel momento in cui il gruppo si imbatte in un indiano nativo. Che sarà invece la loro salvezza.
"Meek’s cutoff" riavvicina alla realtà la mitologia sul West. Supera una visione tradizionale ma incompleta, tipica dei film con John Wayne, fatta solo di caos e battaglie tra uomini bianchi (buoni) e indiani nativi (malvagi per definizione perché differenti) alla quale appartengono gli uomini della carovana e Meek in particolare, e ci parla di donne che riescono a superare la barriera delle diversità.
Donne che arrivano a capire il diverso, in questo caso l’indiano, in quanto animato dalle loro stesse paure e che prega, come loro, un dio. Donne che non esitano a mettere in discussione un simile, in questo caso Meek, nel momento in cui questo non è più degno della loro fiducia.
Il film è un desert movie basato quindi non sulla violenza – come da western classico - ma sul confronto, e che evidenziando le differenze (tra uomo e donna, di razza) in realtà mostra quanto siano simili tutti gli essere umani.
Le donne sono le grandi protagoniste, e Emily (interpretata da Michelle Williams) spicca tra tutte. Solo il silenzio e l’ampio spazio arido riescono a rubare la scena. Gli uomini della carovana, risultano solo in secondo piano rispetto a loro.
"Meek’s cutoff" è un film interessante, che però probabilmente non piacerà a chi ama il genere western più tradizionale. Valorizzato da una bella fotografia e da una buona prova della Williams, risulta, però, appesantito dalla estrema lentezza della storia.

La frase:
- "Io non le piaccio?"
- "No, non mi piace dove siamo finiti".

Giuliana Steri

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