Man on Wire
Una mattina del 1974, per 45 minuti camminò avanti e indietro sui 60 metri di un cavo fissato a 450 metri di altezza tra le Twin Towers, al tempo gli edifici più alti del mondo. Tutti gli chiesero: "perché?" - mentre la polizia lo portava via per violazione di proprietà privata e procurato allarme - nell’incapacità di concepire un atto che vive solo della propria lirica bellezza. Venne rinchiuso (per poco) in manicomio, una donna lo ringraziò con un immediato incontro sessuale e poi fu la celebrità. Provocazione antiautoritaria, opera d’arte di un esploratore, desiderio di vedere il mondo da un’altra prospettiva: le imprese di Philippe Petit (il documentario mostra prima, tra le varie, quelle a Notre Dame e al Sidney Harbour Bridge) comprendono tutto ciò, insieme al rifiuto di ripetersi. Che alla gente piacessero, senza ulteriori spiegazioni, lo dimostrano gli applausi - tutti per lui - quando puntualmente veniva arrestato. Funambolo, giocoliere e prestigiatore autodidatta e di strada (una volta rubò l’orologio dell’agente che lo stava ammanettando), Petit incarna uno spirito libero, un poeta che sogna palcoscenici e sfida il cielo e la morte danzando su una fune. Sotto, l’umano, indaffarato brulicare metropolitano; sopra, il tempo sospeso in una piccola, surreale porzione di spazio.

Basato sul libro ("toccare le nuvole") dell’artista stesso, "Man on wire" - così era scritto sul rapporto delle forze dell’ordine - unisce ricostruzioni, fotografie e riprese d’archivio, ma soprattutto interviste a quella banda di simpatici pazzerelloni inaffidabili che lo sostennero nella storica performance e raccontando non trattengono le lacrime. Petit in persona spiega, gesticolando febbrilmente con occhi illuminati, come si preparò a lungo con esercitazioni, studi, riunioni, sopralluoghi, taccuini, immaginando il proprio gesto come una rapina in banca di vecchi film hollywoodiani. E, sulla musica di Michael Nyman (Gymnopèdie di Erik Satie, invece, immortala l’evento finale), si partecipa ad una commovente magia.

La frase: "Se muoio, che bella morte nell’esercizio della propria passione".

Federico Raponi

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