Las Buenas Hierbas
Fino a metà degli anni ’80 il cinema non aveva mai avuto storie che raccontassero l’Alzheimer, il suo svilupparsi e il modo che ha di colpire non solo chi ne è vittima in prima persona, ma di tutti coloro che vivono accanto a lui: la sofferenza per dei ricordi che vanno e vengono andando gradualmente verso il peggio, il mancato riconoscimento di volti e situazioni che un tempo sembravano normali.
Come ha splendidamente dimostrato nel 2006 "Lontano da lei", il pubblico non fa assolutamente fatica a seguire storie come queste se ben raccontate, non è la tarda età o la malattia una ragione sufficiente per allontanare la gente del cinema: a volte le buone storie da sole possono bastare. La quasi sessantenne Marìa Novaro, forse la più importante regista donna messicana, almeno per essere stata la prima ad imporsi in un ambiente cinematografico che, nel centroamerica, era fino a vent’anni fa solo maschile, decide di raccontare l’Alzheimer (e non solo) associandolo al tramandamento delle nozioni relative al potere curativo delle erbe.
Lala è l’anziana madre di Dalla. Quando le viene diagnosticato il morbo, decide di istruire la figlia su tutte le sue conoscenze nell’ambito botanico e di fatto, sui suoi parallelismi con la vita reale.
L’essere genitori, l’amore, l’importanza della famiglia: attraverso le piante, "Las Buenas Hierbas" tenta di tracciare dei veri percorsi di vita, già calcati o solo all’orizzonte. Non è solo una donna che perde le proprie memorie, se intesa come metafora la storia delle due donne (e di una terza, appena neonata generazione), la storia è quella di un popolo che non deve permettersi di perdere il proprio passato se vuole continuare a guardare il futuro conscio di avere delle radici ben fondate nel terreno. Purtroppo questi concetti così alti ed ambiziosi si trovano confezionati all’interno di una pellicola troppo "a tesi", che poca attenzione dedica all’importanza della sinteticità nei dialoghi né della forma registica. La scelta (forse anche per ragioni di budget) di girare in digitale, assieme alla volontà di volere dare "autenticità" alla storia, non tagliando frasi e punti morti in quanto veri-verosimili nella vita dei personaggi (ma non per questo degni di essere raccontati), danno purtroppo spesso l’impressione di un filmino amatoriale. Centoventi minuti così sono davvero troppi, anche per le migliori delle intenzioni. Peccato.

La frase: "Dammi una di quelle sigarette che ti fanno tanto ridere".

Andrea D'Addio

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