L'apollonide (Souvenirs de la maison close)
Ci sono dei film che irritano profondamente. Per quella furbizia mascherata da intellettualismo, per quel voyeurismo celato da un’apparente sensibilità sociale.
Bertrand Bonello, regista de L’Apollonide (Souvenirs de la maison close), mette in scena, e riesce a essere anche in Concorso al Festival di Cannes, la vita quotidiana in un bordello parigino, l’Apollonide, a cavallo tra 1899 e 1900. Conosciamo così alcune protagoniste/vittime (anche del film), Clothilde, la più "anziana", timorosa di non essere più attraente; Julie, che vede sempre il lato buono in ogni evento; Pauline, ancora bambina nel corpo ma saggia come e più di una donna matura; Madeleine, che porta in volto il souvenir di un cliente, che le ha prolungato il sorriso con la lama di un coltello; la stessa madama, squallido personaggio con una sua vicenda di sopravvivenza. Il tutto ambientato claustrofobicamente tra pareti ovattate, canapè e letti, tendaggi pesanti e polverosi, con la consueta sfilata di ragazze discinte, ognuna con uno sguardo che vuole trasmettere un qualcosa al cliente di turno, impegnato nella scelta.
Forse Bonello non ha ben chiaro cosa voglia trasmettere a noi spettatori, a parte la ricostruzione fedele di un ambiente, il citazionismo, l’autocompiacimento e una musica - da lui composta - che risolleva un po’ le sorti di una pellicola inutile. Di fatto non c’è alcun approfondimento, non conosciamo davvero i tormenti di queste giovani, le pulsioni dei loro clienti: tutto è troppo fisso, troppo pseudo intellettuale.
Ci si ferma alla carrellata di cliché tragici, al mostrare corpi di fanciulle in fiore violati, in una degradazione triste che mai si fa tematica. Violenza, sangue, malattie, buio perenne in cui tutte sono destinate a sfiorire in fretta. Anche la solidarietà tra le ragazze è più accennata che realmente veicolata allo spettatore e spiace per lo scivolone della nostra Jasmine Trinca, che si meritava una prova più all’altezza, e di Hafsia Herzi, eccezionale interprete di Cous Cous.
Se non vi è un progetto registico, ogni rappresentazione risulta volgare, scandalosa nella sua gratuità: L’Apollonide resta tra i film che cercano la sensazione e la provocazione ma non riescono neppure a ottenere quelle. Lo spettatore prova solo due sentimenti: noia e indifferenza. E si domanda come un simile film inutile sia potuto entrare in selezione a Cannes.

Donata Ferrario

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