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Kingsman - Secret Service











Con titoli di testa superbamente accompagnati da “Money for nothing” dei Dire straits, si comincia nel Medio Oriente del 1997; ma, a quanto pare, è in un articolo di giornale in cui venne raccontato come Terence Young – autore di “Agente 007-Licenda di uccidere” (1962), prima avventura bondiana – trasformò Sean Connery da rozzo ragazzo di Edimburgo in gentleman che dobbiamo individuare le origini del tutto.
Perché fu proprio esso ad ispirare Mark Millar per realizzare insieme all’illustratore Dave Gibbons la graphic novel “The Secret Service”, storia della spia gentiluomo Harry Hart che intende far diventare il nipote un sofisticato agente segreto e che, nel passaggio sul grande schermo, non solo assume i connotati di Colin Firth, ma, appartenente ad un’organizzazione di intelligence super segreta, fa da maestro di spionaggio a Gary “Eggsy” Price alias Taron Egerton: sveglio e piuttosto grezzo diciassettenne allo sbando di cui non è lo zio, bensì un ex collega del defunto padre, al quale deve la vita.
E, tra lanci con paracadute e treni in arrivo quando si trova legato sulle rotaie, è un duro programma di addestramento in competizione con altri rivali che il giovane deve superare per poter essere un vero e proprio Kingsman; man mano che le misteriose scomparse di illustri professori, scienziati e celebrità – compreso il James Arnold interpretato dal Mark Hamil di “Guerre stellari” (1977) – sembrano condurre al miliardario super tecnologico ed ex ecologista deluso Richmond Valentine, cui concede anima e corpo un esilarante Samuel L. Jackson dalla parlata con zeppola.
Miliardario il cui desiderio di salvare il mondo ha lasciato il posto ad un progetto malefico dalle conseguenze devastanti che Harry ed Eggsy, in mezzo ad ombrelli che non sono ciò che sembrano e gadget assortiti spazianti da anelli fulminanti a penne con veleno incluso, devono tentare in ogni modo di sventare.
Una minaccia globale che l’inglese Matthew Vaughn inscena miscelando azione, ironia e un pizzico di splatter nella stessa riuscita maniera in cui mise in piedi il suo “Kick-Ass” (2010), tirando in ballo emozionanti scontri corpo a corpo, arti mozzati, corpi divisi verticalmente in due ed una violentissima strage consumata all’interno di una chiesa.
Senza dimenticare richiami cinefili, dall’apparizione di un Big Mac in evidente omaggio a “Pulp fiction” (1994) a citazioni verbali per “Una poltrona per due” (1983), “Nikita” (1990), “Pretty woman” (1990) e “My fair lady” (1964); mentre viene osservato che i cattivi erano i personaggi più interessanti dei film su James Bond e che il lavoro di squadra è la cosa più importante.
Ma anche e soprattutto che la nobiltà consiste nell’essere superiori a chi eravamo ieri e che perfino negli snob esistono eccezioni; in quanto è proprio dall’incontro – dall’interessante sapore socio-politico – del protagonista con essi che nasce l’eroe indispensabile alla salvezza del mondo... fino all’apocalittica fase conclusiva – infarcita di retrogusto horror – di oltre due coinvolgenti, originali ore di visione che, con un’ultima sequenza posta durante i titoli di coda, mirano principalmente a ribadire che sono i modi a definire l’uomo.

La frase:
"Restiamo impalati qui tutto il giorno o vogliamo combattere?".

a cura di Francesco Lomuscio

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