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Johnny English la rinascita











Da James Bond alla fortunata serie di Bourne, ormai siano più o meno tutti coinvolti in questo genere che cerca costantemente di tenere lo spettatore incollato alla poltrona facendo ricorso ad un intruglio in cui l’azione si mescola col thriller, col colpo di scena, con l’inaspettato e l’imprevedibile.
In "Johnny English – La rinascita", film in uscita nelle sale italiane il prossimo 28 ottobre, la faccenda si è dimostrata leggermente più complessa, dal momento che a questi due elementi di sostanziale importanza, se n’è dovuto aggiungere un terzo, e visto il cast in questione, non poteva non trattarsi che della commedia.
Johnny English (re-interpretato da un sempre divertentissimo Rowan Atkinson) ritorna in questo capitolo con una nuova avventura, diversa ma non distaccata dalla precedente. Dopo otto anni dall’insuccesso in Mozambico, English trascorre un lungo periodo in un monastero tibetano per cercare la propria forza interiore tra i monaci Shaolin, finché non viene convocato per una nuova missione che ha come obiettivo il Premier giapponese.
Quel che del primo capitolo, dunque, erano state esplosioni e scene mozzafiato che avevano però quasi dell’impossibile, il lavoro dello sceneggiatore Hamish Miccol (Do you come here often?) si è qui invece spostato su un versante più realistico, più vicino alla vita vera e a quel che potrebbe realmente accadere ad un agente dei servizi segreti. Il tutto legato all’avvincente regia di Peter Howitt (Dorian Gray), dalle vertiginose scenografie di Jim Clay (Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, About a boy), e, ovviamente, scombussolato dal fatto che l’agente in questione non è un agente normale, ma, appunto, Rowan Atkinson.
Il motivo è sicuramente da ricercarsi in quel che il mondo del cinematografo ha portato nelle sale dall’uscita del primo Johnny English, e stiamo parlando di 8 anni fa. Max Payne, Mission: Impossible III, Hitman, solo per citarne alcuni. E il lavoro era giusto questo: fare un film che raccogliesse brandelli degli uni e degli altri, ma anche e soprattutto di film precedenti (come "I soliti sospetti" e i primi 007, di cui sono palesi svariati riferimenti), e mescolarli in un film di un’ora a mezza che appassionasse con la sua carica adrenalinica, e allo stesso tempo facesse sbellicare nel momento in cui nessuno se l’aspetta. Un ombrellino portatile diventa un lanciarazzi, e un bastoncino di metallo, un allarme di soccorso alquanto imbarazzante. Se corre in auto, se la vede con gli autovelox, e se non guida l’auto, vien piazzato su una sedia a rotelle armata e modificata che può raggiungere i cento orari.
Ma nulla è inopportuno di tutto ciò. Perché lui è Johnny English, e anche se parodisticamente si rivolge ad ognuna di queste attrezzature con nomi bizzarri quali "il rampino A-12" "l’allarme F-6" "la pistola Q-14", lui, pur non conoscendole e non sapendo usarle, alla fine riuscirà sicuramente a risolvere la missione.

La frase:
"Johnny, lei mi ha sempre affascinato... clinicamente".

a cura di Ivan Germano

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