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Hannah

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Rosanna Donato07 settembre 2017Voto: 5.0
 

  • Foto dal film Hannah
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Presentato In Concorso alla 74a Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, “Hannah”, il nuovo film del regista italiano Andrea Pallaoro e con protagonisti una meravigliosa Charlotte Rampling e André Wilms, è il ritratto intimo di una donna che non riesce ad accettare la realtà che la circonda. Rimasta sola, alle prese con le conseguenze dell’arresto del marito, Hannah inizia a sgretolarsi. Attraverso l’esplorazione del suo graduale crollo emotivo e psicologico, il film indaga il confine delicato tra l’identità del singolo, le relazioni umane e le pressioni sociali.
“Hannah” è un film che poteva essere buono, emozionante e di grande spessore, ma tutto nella regia e nella sceneggiatura lo rende un prodotto mediocre. Innanzi tutto è bene partire dal ritmo eccessivamente lento che, seppur dona profondità alla storia raccontata, rende l’intera pellicola difficile da seguire, tanto da diventare soporifera per lo spettatore. La regia colpisce dal punto di vista della scelta di inquadrature, tese a fare della protagonista Charlotte Rampling l’emblema di questo film (in effetti è così: senza la sua straordinaria interpretazione la pellicola non avrebbe alcun senso di esistere) con primi piani colmi di intensità. Allo stesso tempo, però, esse sembrano assemblate come fossero delle scene prese da altri film e messe insieme per riempire il vuoto “cosmico” che emerge nel lungometraggio di Andrea Pallaoro per tutta la sua durata. Una regia che trasmette emozioni, seppur minime, ma il cui risultato finale lascia perplessi. Ad esempio, è difficile comprendere il motivo per cui il regista abbia sentito la necessità di riprendere la protagonista per ben tre minuti mentre passeggia, quando al termine della scena non accade nulla e il pubblico rimane lì, smarrito, chiedendosi cosa si sia perso in precedenza.
Il problema di fondo, però, sta nella sceneggiatura quasi completamente inesistente, dove per sentire una singola frase, detta da un qualsiasi personaggio, è necessario aspettare più di mezz’ora. Certo, il bisogno di donare una maggiore intensità a “Hannah” era necessaria per mostrarne ogni piccola sfumatura e il silenzio, unito a inquadrature incisive, poteva essere la miglior soluzione. Non è stato così, perché - oltre alla totale assenza di un copione - ciò che delude maggiormente è l’impossibilità di comprendere quanto accaduto nel passato della donna. Nulla viene spiegato, tutto viene lasciato all’immaginazione dello spettatore, il quale non potrà fare a meno di porsi determinate domande. Perché il marito è in carcere? Perché tutti nel suo palazzo la odiano? Cosa è successo qualche tempo prima? Non c’è dato sapere niente di tutto ciò, ma capiamo che non è qualcosa di facile da accettare - né per Hannah né per l’intera comunità - grazie ad una frase detta da una vicina di casa con molto rancore, che lascia l’amaro in bocca e, in qualche modo, rende il personaggio di Charlotte Rampling ancora più umano. È proprio quest’ultima che incanta con la sua magistrale interpretazione, piena di profondità e di sguardi, gesti ed espressioni che lasciano emergere tutto il suo disagio interiore e le emozioni da lei provate. È vero, l’attrice mantiene la stessa mimica facciale per tutto il tempo, dall’inizio alla fine, ma a richiederlo è la figura a lei affidata e da lei resa credibile. La sua performance è accompagnata da una fotografia poco nitida e dalle tonalità fredde e da colonna sonora lenta, che segue il ritmo narrativo e la “storia” di “Hannah”, una donna alla ricerca di se stessa, messa alla gogna da tutti per un qualcosa che ha fatto il marito, ma di cui non sapremo mai nulla.


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