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E la chiamano estate











Il titolo è lo stesso della canzone di Bruno Martino che apre il lungometraggio, prima ancora che vengano posti in scena il Jean-Marc Barr di "Dogville" (2003) e la nostra Isabella Ferrari all’interno di una stanza bianca, sul letto, mentre Rita Pavone canta in sottofondo "Che m’importa del mondo".
Una situazione che, come pure il continuativo dialogo che fa da pseudo-voce narrante ed i diversi momenti in cui la donna parla guardando direttamente in camera, sembra in un certo senso richiamare alla memoria il primo cinema di Jean-Luc Godard e, in particolare, il suo “Una donna sposata” (1964).
Del resto, come lì avevamo uno sguardo sulla femmina maritata all’interno della società dei consumi degli anni Sessanta, qui assistiamo alla stramba vicenda sentimentale di due quarantenni che si amano intensamente, ma senza aver mai avuto alcun rapporto fisico tra loro, in quanto lui è rimasto segnato dalla morte suicida dell’unico fratello e dall’abbandono da parte della madre.
Stramba vicenda destinata ad evolversi con l’uomo che, tormentato per non riuscire a vivere insieme alla propria compagna tutte le esperienze di un rapporto d’amore, si abbandona ad un comportamento estremo che lo conduce ad avere compulsivi incontri con prostitute; arrivando addirittura ad andare a cercare i suoi ex fidanzati non solo per sapere come fosse stata la loro relazione, ma anche per chiedergli di tornare con lei.
Quindi, con la figura femminile in questione che, in maniera paradossale, si sente profondamente amata a causa della sofferenza del protagonista, il quale finisce in una sorta di autopunitivo delirio di volere allontanarla da se, sebbene rappresenti il suo unico bene prezioso, il terzo lungometraggio diretto dal bergamasco classe 1969 Paolo Franchi – autore de "La spettatrice" (2004) e “Nessuna qualità agli eroi” (2007) – si presenterebbe sulla carta come un’interessante analisi delle insospettabili, negative ripercussioni del romanticismo esasperato.
Peccato, però, che il tutto, con Luca Argentero e Filippo Nigro inclusi nel cast, si riduca ad una ammorbante sequela di momenti trasudanti comicità involontaria, complici i dialoghi decisamente grotteschi.
E, come di consueto, al di là degli immancabili stralci di sesso esplicito che, secondo una certa critica "impegnata", incarnerebbero in questi casi autorialità anziché pornografia, non ci vengono neppure risparmiati i soliti primi piani del volto perennemente addolorato della Ferrari.
Destinati a testimoniare, al massimo, non solo che non possieda neppure un minimo dell’intensità che Macha Méril sfoderava nella succitata opera godardiana, ma anche che Franchi, a differenza di colui che esordì tramite "Fino all’ultimo respiro" (1960), il quale più lo si odia e più lo si ama a causa del suo discutibile anticonformismo, se continua di questo passo rischia di essere soltanto odiato.

La frase:
"L’uomo che sta di fronte a te è solo un’ombra di quello che immagini".

a cura di Francesco Lomuscio

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