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Captain America: Civil War











Sotto la regia degli stessi Anthony e Joe Russo che già si occuparono di “Captain America: The Winter soldier” (2014), si comincia nel 1991 per poi spostarsi immediatamente al presente e proseguire cronologicamente dopo gli eventi raccontati in “Avengers: Age of Ultron” (2015) di Joss Whedon.
Ma, prima ancora di ritrovare in scena Robert Downey Jr. nei panni del miliardario Tony Stark, è una lunga sequenza d’azione atta a tirare in ballo anche il drone Redwing quella destinata ad introdurre l’avventura cinematografica Marvel in aria di crossover concepito parallelamente all’operazione DC Comics “Batman v Superman: Dawn of justice” (2016) di Zack Snyder.
Del resto, man mano che Scarlett Johansson, Anthony Mackie, Elizabeth Olsen e Paul Bettany tornano a ricoprire i ruoli di Black Widow, Falcon, Scarlet witch e Visione, è una dinamica che finisce per dividere i Vendicatori in due opposte fazioni quella che si genera quando un incidente internazionale li coinvolge provocando danni collaterali.
Opposte fazioni guidate una dal già citato Stark/Iron man, deciso a sostenere il sistema di vigilanza istituito dal governo, l’altra dal Captain America Steve Rogers che, di nuovo con le fattezze di Chris Evans, desidera che essi rimangano liberi da interferenze governative. E, se William Hurt concede anima e corpo al segretario di Stato Thaddeus Rose che già portò sul grande schermo – in vesti di generale, però – ne “L’incredibile Hulk” (2008) di Louis Leterrier, insieme a Nick Fury è proprio il gigantesco alter ego di Bruce Banner a latitare nel corso delle oltre due ore e venti di visione che, invece, recuperano l’Hawkeye di Jeremy Renner, il James Rhodes di Don Cheadle e l’Ant-Man di Paul Rudd.
Senza contare lo Spider-man che – con una zia May interpretata da Marisa Tomei – segna l’esordio nel personaggio per Tom Holland, impegnato anche a citare verbalmente “L’impero colpisce ancora” (1980), e il debutto di Chadwick Boseman all’interno del costume di Pantera Nera, durante un frenetico momento d’inseguimento automobilistico, con tanto di distruzione di veicoli.
Momento che, come pure quello in cui c’è di mezzo un elicottero, rientra tra i diversi concepiti con alto senso dell’intrattenimento grazie agli ottimi effetti digitali e al lodevole lavoro svolto dagli stunt; mentre Sebastian Stan è per la terza volta il micidiale Soldato d’inverno e il Daniel Brühl di “Rush” (2013) fa il suo ingresso nel franchise nella parte del vendicativo Zemo.
Anche perché, con l’allegorica ombra del terrorismo che sembra fare più volte capolino tra i fotogrammi, sono proprio riflessioni relative agli spesso confusi concetti di giustizia e vendetta ad avere rilevanza fondamentale nell’insieme, infarcito di indispensabile ironia (con consueta, esilarante apparizione del genio marveliano Stan Lee) e sicuramente più riuscito dei cinecomic realizzati dai sopra menzionati Whedon e Snyder; ma tutt’altro che superiore al precedente e molto più movimentato curato dai fratelli Russo, i quali, complice anche una sceneggiatura altalenante e piuttosto schizofrenica, tendono qui a scadere in più occasioni nella fiacchezza... fino all’ultima situazione a sorpresa posta nello scorrimento dei titoli di coda.

La frase:
"Gli Avengers non saranno più un’organizzazione privata".

a cura di Francesco Lomuscio

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