Boris il film
E’ con le immagini di una fiction televisiva riguardante il giovane Ratzinger che apre il lungometraggio che Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo hanno tratto dalla loro serie per il piccolo schermo "Boris", il cui titolo fa riferimento al pesciolino rosso portafortuna del regista René Ferretti alias Francesco Pannofino.
Lo stesso Ferretti che, rifiutando proprio la fiction in questione, tenta il grande salto nell’universo del cinema in cerca della libertà artistica dopo una carriera asservita al conservatorismo televisivo, senza immaginare, però, che il mondo della celluloide, con i suoi snobismi, può essere perfino peggio di quello della tv.
Quindi, con una troupe al cui interno si avvicendano grotteschi tecnici, attrici nevrotiche, eroinomani, sceneggiatori modaioli e improvvisati vari, il tentativo principale dell’operazione, una delle cui sequenze più divertenti vede il musicista Nicola Piovani perdere il proprio Oscar a poker, è quello di mettere a nudo lo stato della produzione cinematografica italiana del XXI secolo, aspirante ad una nuova giovinezza, ma che sembra vivere, invece, una perenne immaturità.
Però, tra una Carolina Crescentini che veste i panni dell’attrice "cagna" facile a concedersi sessualmente e Pietro Sermonti destinato a strappare più di un sorriso nell’interpretare Stanis, attore fissato con il suo ruolo di Gianfranco Fini, se la prova del cast e il veloce montaggio di Massimiliano Feresin non rientrano tra i lati negativi del film, non possiamo fare certo a meno di avvertire, nel corso dei circa 108 minuti di visione, l’impressione di trovarci dinanzi ad un qualsiasi episodio della serie (in versione allungata, ovviamente).
Episodio che, senza dimenticare di lanciare una frecciatina (abbastanza gratuita e poco credibile) all’arroganza delle produzioni americane che vengono ad occupare il suolo tricolore per realizzare i loro prodotti e di deridere certe dinamiche che ruotano attorno ai cosiddetti "film d’autore" nostrani, si concentra in maniera principale sulla critica al cinepanettone, sfoggiando anche il Massimo Popolizio di "Romanzo criminale" nella parte di un attore di teatro "caduto" in un ipotetico "Natale nello spazio", con tanto di peti in orbita.
E, paradossalmente, mentre viene tirato in ballo anche un "Natale al Polo Nord" e – chissà per quale motivo – si cita più volte Medusa ma non De Laurentiis, sono proprio le tanto attaccate volgarità verbali a finire per rivelarsi lo strumento cui la pellicola fa maggiore ricorso al fine di strappare risate allo spettatore. Tanto che quella che vorrebbe apparire come una denuncia, da un lato sembra essere un escamotage piuttosto ipocrita, dall’altro, invece, assume solo le fattezze di uno sguardo fastidiosamente classista e radical chic nei confronti del grande pubblico italiano. Un pubblico che, in realtà, va al cinema a vedere il cosiddetto film di Natale (bello, passabile o brutto che sia) non per considerarlo un capolavoro a suon di parolacce e rutti, ma, semplicemente, per condividere in famiglia una tipologia di risata popolare capace di arrivare a chiunque, anche se spesso discutibile e poco elegante. Non correndo il rischio, come in questo caso, di rimanere di nicchia ed indirizzata ad una ristretta fetta di fruitori; mentre tutti gli altri vengono quasi spinti a rispondere con la stessa esclamazione interrogativa che ha reso mitico il personaggio di Martellone interpretato da Massimiliano Bruno: "E ‘sti...

La frase: "Dopo la Sezione cinema c’è la radio, dopo la radio c’è la morte".

Francesco Lomuscio

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