Azul oscuro casi negro
Il titolo di questo film del regista spagnolo Daniel Sanchez Arevalo si può tradurre letteralmente in italiano con "Blu scuro, quasi nero". Secondo le parole dello stesso regista, esso rappresenta "uno stato mentale, un futuro incerto, un colore. Un colore che non sempre siamo in grado di distinguere e che varia secondo la luce, il materiale ed il nostro umore. Azul oscuro casi negro descrive le vite di alcuni personaggi in lotta contro un destino imposto dalle circostanze, dalla parentela o da altre ragioni di origine sociale. Come Jorge, che è costretto a curarsi di un padre disabile, invischiato in un impiego da portinaio che non lo soddisfa. O come Paula, rinchiusa in carcere per la propria ingenuità ed ora desiderosa di un figlio per migliorare la propria condizione sia in prigione che psicologicamente. Guardacaso le circostanze le offrono proprio Antonio, fratello di Jorge. E poi vi sono ancora Israel, che scopre un segreto sconvolgente su suo padre e Natalia, vicina di casa dei due fratelli, tornata da uno stage in Germania.

Azul oscuro casi negro è una commedia rinfrescante, scritta con grande leggerezza ed un pizzico di ingenuità infantile, anche nel trattare temi scabrosi o controversi. Ci troviamo di fronte ad un esempio di scrittura di altissimo livello, con dialoghi serrati ed arguti portati avanti da attori sempre nella parte. Di rara simpatia ed umanità, pur nella sua franca grettezza, è sicuramente Antonio, interpretato da Antonio de la Torre, veterano del cinema spagnolo dagli anni '90. A completare il quadro è la magnifica colonna sonora di Pascal Ghigne, mai ridondante, e sempre servile e discreta nel sottolineare le emozioni che scorrono sottopelle lungo le quasi due ore del film. Anche se durante il film si ride (e molto) i temi affrontati sono molto seri ed attuali: la disoccupazione, la situazione carceraria, la disabilità e la crisi del nucleo familiare, sempre alla ricerca di una reinvenzione della propria funzione, come fin troppo spesso accade in tempi di grande complessità e confusione come quelli in cui viviamo. Sarà molto difficile trovare però sbavature o i facili sentimentalismi di tante commediole di serie B, ed anzi uno dei punti più apprezzabili è nell'asciuttezza dell'esposizione, mai eccessiva e sempre misurata anche nelle situazioni apparentemente più improbabili.

A fare da contrappunto la regia brillante di Arevalo, caratterizzata da un montaggio serrato, specialmente nella parte iniziale in cui viene mostrata la doppia prigionia di Antonio, in carcere, e di Jorge, schiavo di un ruolo affibbiatogli da un destino che invano aveva cercato di eludere. Eppure c'è sempre spazio per la speranza, e non c'è niente di scritto nelle stelle, che non sia suscettibile alla volontà dell'uomo, artefice del proprio destino. La risoluzione, anche se inaspettata, è quanto mai assicurata e gradita. Film come questo, in grado di mostrarci il mondo da una prospettiva diversa e con maggiore ottimismo sono sempre più rari di questi tempi.

La frase: "- Ma che cavolo è questa… una setta?!?
- No, una famiglia".

Mauro Corso

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