Adam Resurrected
Per tanti anni, non pochi sono stati i registi interessati a trasporre sullo schermo "Adam resurrected", romanzo scritto nel 1968 da Yomar Kaniuk, il quale ha aggiunto qualcosa di nuovo al discorso sulla catastrofe e sulla sopravvivenza attraverso una graffiante ricerca di risposte ad una domanda sempre attuale: come possono le anime distrutte, bisognose di amore, risate e desiderio, sopravvivere nel profondo degli esseri umani quando sono travolte da terrore e assurdità?

Perfino Orson Welles venne a suo tempo ingaggiato per il ruolo di Adam Stein, paziente dell’istituto mentale per i sopravvissuti all’Olocausto che, nell’Israele del 1961, ha ora le fattezze del Jeff Goldblum de "La mosca" (1986).
Ed è proprio lui, sotto la regia del Paul Schrader cui dobbiamo sia "Auto focus" (2002) che lo script dello scorsesiano "Taxi driver" (1976), a rappresentare il principale punto di forza dell’operazione, incarnando questo curioso personaggio che, dopo essere stato un artista molto amato dal pubblico prima della guerra, a Berlino, ha finito poi per sopravvivere ai campi di concentramento diventando il "cane" del comandante Klein, cui concede anima e corpo l’immenso Willem Dafoe.
Perché la sua resurrezione, suggerita dal titolo, è il percorso di crescita e cura che, dopo la devastazione dell’anima, intraprende verso una possibile rinascita insieme ad un giovane legato ad una catena che scopre cresciuto chiuso in una cantina dell’ospedale.
Quindi, tra continuo alternarsi di presente raccontato a colori e passato in bianco e nero, la storia del secondo dopoguerra rivissuta su pellicola attraverso la vicenda di redenzione e amicizia di un testimone di una tragedia forte, portato all’estremo della sua esistenza e spogliato della sua umanità, della quale il regista osserva: "E’ una black comedy sulla sopravvivenza, che qualche persona rifiuta. Personalmente, non sono mai stato interessato a girare film che trattassero l’Olocausto, perché è un argomento già ampiamente trattato al cinema, ma questo progetto mi ha interessato proprio perché è una storia così diversa, così originale".
Anche se i forse troppo lenti ritmi narrativi penalizzano in parte un prodotto che rimane guardabile e niente più, sul quale pesa non poco la scelta (criticabile?) di attenersi un po’ troppo allo stile di racconto che caratterizza le pagine scritte, ancor prima che i fotogrammi impressionati dalla luce.

La frase: "Io non faccio politica, tutti amano il circo".

Francesco Lomuscio

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