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“Ho un ragionevole dubbio”. Da lì partiva Henry Fonda nel 1957, con “La parola ai giurati” di Sidney Lumet, per convincere gli altri undici giurati dell’innocenza dell’imputato, un ragazzo di colore. Da qui parte anche Nikita Michalkov per il proprio remake. Se lì, il primo principio da combattere era il pregiudizio verso i neri, qui i discriminati sono i ceceni. Lì lo sfondo era un Paese che stava facendo i conti con le prime contraddizioni del capitalismo: individualismo, droga, la pena di morte; qui (ed è ancor più marcato) un sistema ancora più feroce che non si fa scrupoli ad uccidere in nome del dio denaro.
Dodici uomini messi nella stessa stanza senza aver possibilità di uscirne prima che non sia stata raggiunta un’unanimità di giudizio: colpevole o non colpevole. Ognuno con le proprie esperienze di vita vissuta, ognuno pronto ad essere messo a confronto con il proprio passato, a ragionare e andare al di là delle apparenze. Il mondo, gli uomini, sono fatti di contraddizioni, di storie impossibili che alla fine accadono.
Mickalkov (che si riserva anche il ruolo di uno dei giurati, l’ebreo) costruisce la tensione ricalcando buona parte della lezione di Lumet.
Un luogo claustrofobico, luce sempre soffusa, fotografia tendente al grigio, lunghe riprese circolari che mostrano di schiena i giurati: il mistero dei loro percorsi mentali sarà sempre giustificato, ma mai attendibile.
Il ruolo principale è riservato al bravissimo Sergej Garmash, colui che più di ogni altro combatte affinché l’imputato sia dichiarato colpevole. Attraverso questo personaggio, messo di volta in volta in contrapposizione agli altri, emerge il senso di comprensione delle altre figure.
Il film non è comunque una semplice riproposizione dell’originale ambientato però in Russia. Michalkov non solo applica delle diverse scelte narrative, ma cerca anche di dare spessore alla vicenda giudiziaria, dandogli elementi affinché possa essere letta anche come una metafora della situazione russo-cecena.
Sotto il primo aspetto ci sono le scelte di mostrare sia l’imputato in cella mentre aspetta la deliberazione, sia i suoi flashback sul conflitto caucasico. Si sta parlando del futuro di una persona, è legittimo che la si veda.
Dal punto di vista dei contenuti invece chiara è la volontà di dare un senso extranarrativo alla storia: in una Russia composta da più etnie, il problema non è l’affermare la propria identità quanto il combattere assieme le ingiustizie di un sistema vittima tanto del comunismo quanto del nuovo capitalismo così cruento da inquinare istituzioni e fiducia di cittadini.
Ne esce così un film godibile sia dal punto di vista dell’intrattenimento che per le riflessioni che ne possono scaturire.
Un remake, finalmente, che valeva la pena essere realizzato.

La frase: "Non esistono ex ufficiali in Russia".

Andrea D’Addio

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