Venerdì 13
L’inizio, ambientato tra i cupi boschi di un piovoso 13 giugno del 1980, riprende la sequenza finale del primo "Venerdì 13" (1980), quando la folle Pamela Voorhees (Nana Visitor), rea di aver ucciso un gruppo di ragazzi in vacanza presso il Crystal Lake per vendicare il figlio Jason (Derek Mears) morto annegato, viene eliminata dall’ultima sopravvissuta.
Quindi, nonostante il titolo, è subito chiaro che il film di Marcus Nispel – già artefice del "Non aprite quella porta" targato 2003 – non sia un remake del cult-movie diretto da Sean S. Cunningham, qui produttore esecutivo, ma un restyling di celluloide che parte dall’idea di condensare in quasi un’ora e quaranta di visione i temi trattati nei primi tre tasselli della lunga serie jasoniana, anche perché il mostruoso assassino invulnerabile che ne è poi divenuto il simbolo faceva la sua prima apparizione soltanto nel finale del capostipite.
Infatti, una volta spostata l’ambientazione ai giorni nostri, abbiamo il giovane Clay Miller (Jared Padalecki) che, approdato sul posto per ritrovare la sorella Whitney (Amanda Righetti), misteriosamente scomparsa, si aggrega a un gruppo di universitari in vena di spensierato week-end, ignari del fatto che il sanguinario massacra-campeggiatori sia ancora a piede libero, pronto anche a sostituire sul suo volto il sacchetto proto-Elephant man derivato dal secondo episodio ("L’assassino ti siede accanto", 1981) con la mitica maschera da hockey entrata in scena nel terzo ("Week-end di terrore", 1982).
E Nispel rispetta lo spirito alla base della saga (e di un po’ tutto il filone slasher) limitandosi a inscenare la sequela di omicidi l’uno più fantasioso dell’altro, tra immancabile uso di machete e asce, ma il tipico effetto liberatorio derivato dal tanto violento quanto veloce spettacolo di morte sembra essere in parte sostituito dal senso di raccapriccio conferito da un certo pizzico di sadismo in più sfoggiato (soprattutto nel momento in cui una ragazza finisce bruciata viva).
Del resto, non siamo più negli Anni Ottanta, come testimonia anche l’abbondanza di silicone inclusa negli indispensabili nudi femminili presenti, quindi, similmente al Michael Myers dell’"Halloween-The beginning" (2007) di Rob Zombie, anche il nuovo Jason Voorhees tende a mostrarsi meno vicino alla sua fantasiosa natura di antieroe reaganiano di quanto lo sia a quella degli esseri umani appartenenti alla concreta realtà americana post-11 settembre, i quali hanno finito per rappresentare sullo schermo, in maniera sempre più estrema e veritiera, un’impressionante violenza che, tra i vari "Saw" e "Hostel", non sembra essere altro che la proiezione delle proprie paure più profonde.
Lasciandoci tranquillamente pensare, comunque, che il "Venerdì 13" 2009, oltre ad essere una ghiotta occasione per tutti coloro che solo ora decidono di avvicinarsi alle vicende del mostro di Crystal Lake, difficilmente sia in grado di deludere i fan accaniti, caratterizzato da un ritmo narrativo e da un finale aperto che tanto ricordano la serialità splatter appartenente al decennio in cui spopolò Freddy Krueger.

La frase: "Devono essere puniti Jason, per quello che hanno fatto a te, per quello che hanno fatto a me, uccidi per tua madre".

Francesco Lomuscio

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