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La favorita

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Francesco Pozzo22 gennaio 2019Voto: 8.0
 

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Il cinema di Yorgos Lanthimos è sempre stato un cinema della crudeltà e della prevaricazione, un asettico ed astratto gioco al massacro che ha raggiunto con Kynodontas e Il sacrificio del cervo sacro vette di acredine e bellezza sofoclee. Tuttavia, al di là del congelamento emotivo e sotto questo mai celato strato cinico e glaciale che ricorda a tratti i capolavori di Haneke e Fassbinder e che viene troppo spesso additato come fasullo e meramente provocatorio, hanno sempre covato temi ed istanze molto più complesse e propulsive, in primis una clinica riflessione sui rapporti fra gli individui e un’osservazione entomologica di sfumature e miserie umane che accomunano inevitabilmente e tragicamente noi tutti, e La Favorita (primo film che il greco non scrive) è in questo senso abbastanza paradigmatico.
Due carrelli in particolare esemplificano alla perfezione questo concetto: uno in avanti, sul volto sofferente della flaccida e straziata regina Anna della monumentale Olivia Colman mentre cede lentamente alle lacrime vedendosi privata dell’oggetto della sua passione impegnato con qualcun altro in un lussurioso ballo in maschera, e l’altro, all’indietro e nel buio della notte, quando i ruoli si ribaltano sovvertendo magistralmente la narrazione e l’oggetto del desiderio, questa volta, vede qualcosa che non avrebbe voluto crollando anch’esso sotto il peso di contrastate e martorianti emozioni.

Meraviglioso triangolo amoroso in 35mm sulle umane debolezze e sulle azioni spesso brutali che siamo disposti a compiere in nome del potere e dell’adempimento dei nostri desideri più biechi e inconfessati, il sublime e sferzante sesto film di Lanthimos, tenero e crudele al tempo stesso ma ammantato questa volta di un’ironia geniale e penetrante, cela sotto lo strato di fango algido e sgradevolmente pungente tipico del maestro greco un cuore grande come una reggia settecentesca, centro nevralgico di un’opera lussuosa come un quadro di Rubens che indaga l’ambivalenza dei sentimenti e la poliedricità del dolore scandagliando abilmente i moti dell’anima di tre anime fragili e irrequiete: quella della bulimica regina perduta ed emotivamente distrutta, smarrita e caracollante fra le mura del palazzo fra gelosie e intrighi di corte con l’unica speranza rappresentata dai diciassette conigli che equivalgono ai figli perduti, quella della sensuale e risoluta Lady Sarah Churchill (Rachel Weisz, magnifica) che la manovra come una marionetta sussurrandole anche quelle cose sgradevoli che non vorremmo mai sentirci dire e che forse, proprio per questo, dimostra di amarla realmente, e quella della scheggia impazzita della scaltra ex sguattera Abigail Masham (Emma Stone, sublime), creatura vilipesa che ama definirsi sempre e solo dalla sua parte e che lotterà fino all’ultima goccia di sangue per rivendicare la propria posizione nel mondo ed ottenere ciò che brama per il suo futuro.

“Sono capace di tutto”, asserisce infatti a un certo punto adattandosi alla malvagità dell’universo che la circonda e in cui è cresciuta arrivando lei stessa a manipolare e a soggiogare i suoi nemici, è questa forse la verità ultima dei protagonisti di questo bellissimo film e di molti dei personaggi del cinema di questo regista estremo e intelligente che esplora affetti ed emozioni viscerali tramite la sottile arte del controllo riflettendo ancora una volta con un sorriso sardonico ed abrasivo sull’importanza dell’amore e dei legami sociali e familiari che caratterizzano le nostre vite ritraendo gelidamente invidie e rancori che si celano dentro ognuno di noi e che rendono amori e passioni giochi insidiosi e financo mortali, un processo sagacemente sviluppato fin dai primi cortometraggi con coerenza e potenza invidiabili e che raggiunge oggi, supportato da un cast in stato di grazia, il culmine assoluto di un pensiero e di uno stile unici nel panorama cinematografico odierno.

C’è in questo film una leggerezza del tocco, una giustezza dello humor velenoso e un equilibrio prodigioso fra le parti di ogni singolo capitolo e nel modo in cui l’azione si amalgama perfettamente al setting che lascia sinceramente esterrefatti, ed era da tempo che non si vedeva una pellicola così visivamente fastosa e geometricamente perfetta, così armoniosamente bella e sontuosa ma sempre leggera come l’aria e libera d’indagare fra una cavalcata all’aperto e un ballo a lume di candela sentimenti ed egoismi dell’umana condizione con un virtuosismo arioso e sorprendente, un capolavoro di messinscena e un piccolo miracolo di grande cinema che ci ricorda incorniciando le sue sgradevoli ed imperfette creature con i suoi grandangoli ed obiettivi ad occhio di pesce che siamo tutti intrappolati nelle contraddizioni del cuore e nella grande farsa della vita, schiavi delle nostre manie e vittime dei ruoli che cuciamo su noi stessi o che gli altri ci impongono, patetici predatori o perversi maniaci del controllo, sempre pronti a sopraffare il prossimo e costantemente inclinati a cadere vertiginosamente in basso per sovvertire la nostra condizione e la precarietà dei nostri destini, e mai scelte stilistiche furono più azzeccate per rappresentare al meglio la profonda inconciliabilità alla base di persone che pensano di controllare la vita ma ne restano inesorabilmente e tragicamente sopraffatte.

E la triplice dissolvenza finale è un qualcosa di una bellezza lacerante.


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