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Synecdoche, New York











Cosa può mai essere un film di Charlie Kaufman che con Synecdoche, New York, oltre a scriverne la sceneggiatura, esordisce alla regia? Cosa ci si può aspettare dalla mente iperattiva e creativa (allo sfinimento) di un uomo, idolatrato da certa America più progressista, che ha partorito le sceneggiature di "Essere John Malkovich", "Confessioni di una mente pericolosa" e "Se mi lasci ti cancello"?
Un’indescrivibile, poco raccontabile, ulteriore rappresentazione dell’universo mentale di un uomo, una sorta di ipertesto, in cui seguiamo le elucubrazioni del regista e autore teatrale Caden Cotard (Philip Seymour Hoffman), per certi versi una sorta di alter Ego dello stesso Kaufman.
Caden è in crisi, con se stesso, la moglie Adele (Catherine Keener) una pittrice famosa, la figlioletta Olive. Non riesce neppure a portare avanti una relazione con Hazel (Samantha Morton) né gli è di aiuto la psicologa familiare (Hope Davis) più interessata a vendere i suoi libri di psicologia spicciola che ai problemi dei suoi pazienti.
Caden è un ipocondriaco, che somatizza ogni accadimento, fa sua ogni patologia. Finché Adele, con Olive, si trasferisce a Berlino, insieme all’amante Maria (Jennifer Jason Leigh). Caden deciderà di realizzare uno spettacolo teatrale di proporzioni enormi, in cui avranno posto tutti i personaggi, interpretati da attori, che hanno fatto parte della sua vita. Alla fine si creerà una città dentro la città, un alveare di esistenze fittizie che ne rappresentano altre, di doppi e doppi dei doppi, fino all’esasperazione...
Il titolo, Synecdoche, è un gioco di parole tra la cittadina di Schenectady, in cui si svolge la vicenda e sineddoche, la figura retorica che indica la parte per il tutto. Inizia, fin dal titolo, come un divertissement la regia di Kaufman, come un espediente all’apparenza giocoso di metacinema per rappresentare il dramma dell’esistenza.
Philip Seymour Hoffman regala a Caden Cotard la verosimiglianza, al di là degli eccessi, anche sgradevoli, tratteggiando un uomo solo, egocentrico, profondamente sofferente. Gli altri attori - tutti grandi nomi (le già citate Keener, Morton, Davis, Jason Leigh, ma anche Dianne Wiest, Emily Watson, Michelle Williams) - gli fanno da degno corollario, caratterizzando al meglio le loro interpretazioni.
Di fatto Synecdoche, New York è un altro viaggio estremo di Kaufman all’interno del cervello umano e del suo funzionamento, della sua possibilità di ricordare e falsificare il passato, di cancellare lo sgradevole.
Non si sa più cosa sia reale e cosa fittizio durante il film, dove sia recita degli attori, che si preparano per una recita che non avverrà mai, e dove reale vita dei personaggi: se, all’inizio, si poteva scorgere una certa logica, mano a mano questa si perde, diramandosi in rivoli, rappresentazione della rappresentazione. Ognuno pare vivere l’esistenza dell’altro che interpreta, mentre l’altro o è assente, o è morto, o viene comunque duplicato.
Troppo intellettuale, difficile da seguire per due ore, Synecdoche, New York è più un esercizio di bravura, un rompicapo che possiede tonalità borderline, che un film compiuto, che riesca a catturare lo spettatore. Tuttavia l’opera ha un suo fascino, difficile da teorizzare, una senso nella follia e una malinconia struggente, che sottolinea la solitudine umana, la tristezza del protagonista, la paura della morte, che è un bianco accecante, una nebbia senza più riferimenti.


La frase:
"Basta con le opere altrui. Voglio rappresentare la mia vita, con tutti i problemi fondamentali dell’esistenza".

a cura di Giulia Baldacci

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