Sukiyaki Western Django
Sfondi visibilmente fasulli e Sua Maestà Quentin Tarantino in scena, tra ironia e spargimenti di sangue.
Il prologo di "Sukiyaki western Django", diretto da quel Miike Takashi (o, se preferite, Takashi Miike) che in Italia conosciamo soprattutto per l'horror "The call-Non rispondere" (2003), ma che i fan della celluloide dagli occhi a mandorla identificano come autore di cult-movie estremi del calibro di "Audition" (1999) e "Ichi the killer" (2001), già lascia intuire tracce di un certo visionarismo pop – vagamente nouvellevaguiano, se vogliamo – funzionale ad un'operazione che, prendendo le mosse dal mitico "Django" (1965) di Sergio Corbucci, si pone a metà strada tra l'omaggio e la parodia del western nostrano, con tanto di arti marziali sapientemente inserite.
Del resto, per concepire la sua trilogia del dollaro, Sergio Leone prese spunto dai samurai di Akira Kurosawa, mentre il kung fu-movie, che cominciò a svilupparsi in oriente quando il filone dei cowboy ed i pistoleri volgeva al tramonto, si lascia tranquillamente interpretare come western dagli occhi a mandorla.
Quindi, tutto torna nella lotta tra due clan rivali che, per il possesso di un presunto oro nascosto, si scontrano centinaia di anni dopo la battaglia di Dannoura, svoltasi nel 1185; fino al momento in cui un vagabondo senza nome, oppresso da un passato oscuro e dotato di notevole destrezza con le armi, arriva nel villaggio.
E, in realtà, il film di Miike appare come una sorta di prequel di quello interpretato da Franco Nero, dal quale, oltre al look cupo del protagonista, riprende sia la bara contenente la mitragliatrice che la mitica canzone a suo tempo interpretata da Rocky Roberts, qui rielaborata in maniera adeguata.
Per non parlare del cimitero, fondamentale scenario in cui ambientare i violenti scontri, mentre, tra montaggio frenetico e virtuosismi della macchina da presa, la fotografia di Toyomichi Kurita (“La fortuna di Cookie”) privilegia i toni seppia al fine di conferire un tocco di fascino in più ad una vicenda dal look altamente fumettistico.
Anche se, nonostante corpi perforati da proiettili e crani trafitti da lame, Miike sembra osare sempre meno (ma ciò non deve essere considerato un difetto), confezionando una pellicola che, discretamente ritmata, si lascia guardare con divertimento e niente più.
Sebbene qualcosa lasci intuire che si tratta già di un cult.

La frase: "Alla fine il potente crollerà".

Francesco Lomuscio

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