09 Novembre 2012 - Conferenza
"Il canone del male"
Intervista al regista e al cast.
di Francesco Lomuscio

Non c'è festival gestito da Marco Müller che non presenti almeno un film di Takashi Miike tra quelli proiettati.
Proprio così, dopo i vari "Sukiyaki western Django" (2007), "13 assassini" (2010) e il dittico "Zebraman" (2004-2010), passati sugli schermi della Mostra internazionale d'Arte cinematografica di Venezia nel corso delle edizioni tenutesi sotto la direzione artistica mülleriana, il prolifico cineasta giapponese vede per la prima volta una sua pellicola in concorso presso il Festival Internazionale del Film di Roma, proprio nell'anno in cui è Müller a gestirlo.
Pellicola che, intitolata in patria "Aku no kyôten" e internazionalmente conosciuta come "Lesson of the evil", parte da un romanzo di Yusuke Kishi per portare una dura ventata di splatter e violenza all'interno del panorama prevalentemente intellettual-autoriale dell'edizione 2012 del festival; dove il regista, approdato insieme agli attori protagonisti Hideaki Ito ed Erina Mizuno per presentare il film alla stampa, ha dichiarato scherzosamente: "Sono contento di trovarmi per la prima volta qui, a Roma, ma spero di riuscire a tornare sano e salvo in Giappone dopo la proiezione ufficiale".


Cosa intende con questa dichiarazione?
Takashi Miike: Potete prenderla come uno scherzo, ma, in effetti, avverto una certa insicurezza. Alcune ore dopo la proiezione ufficiale a Roma, il film verrà proiettato anche nelle sale giapponesi e, se non dovesse essere preso bene dal pubblico, resterò qui e avrò asilo politico (ride).

Crede che la ricerca dell'estremo che sta portando avanti nella sua carriera potrà condurre a ulteriori risultati, ancora più estremi?
Takashi Miike: Sì. Anche nell'ultimo anno ho fatto molti film e mi è stata data tanta libertà. Io non voglio cercare di proteggere la mia carriera, ma di distruggerla per farne qualcosa di nuovo. Voglio qualcosa di ancora più affilato, anche se potrebbe non essere compreso da chiunque.

Il fucile che si trasforma ha un qualcosa del cinema di David Cronenberg...
Takashi Miike: Io sono un grandissimo fan di David Cronenberg. Influenze del suo lavoro ci sono state, anche nella percezione del quotidiano, però va precisato che lo spunto non è suo, ma dell'autore del romanzo. Inconsciamente, magari, posso aver subito molte altre influenze, tra cui, appunto, quella di Cronenberg.

Come avete lavorato sulla trasposizione del romanzo?
Takashi Miike: Leggendo il romanzo mi sono reso conto che il protagonista è una persona terribile, ma anche che volevo proteggerlo, perché, in un certo senso, è sincero con se stesso. Tutti noi, da adulti, stabiliamo dei legami e li manteniamo, mentre lui ne è privo, è un personaggio completamente slegato. Il film sarà visto da qualcuno come puro intrattenimento, ma per me è anche qualcosa di più. Inoltre, è da sottolineare il fatto che molti alunni vengono uccisi e che ciò porta lo spettatore a un meccanismo di discriminazione; perché capita spesso di chiedersi per quale motivo muoia un personaggio e non un altro e questo porta il pubblico a entrare in sintonia con il killer, a fargli adottare il suo stesso punto di vista.
Hideaki Ito: Il protagonista, nel romanzo, ha delle psicopatologie molto forti che io non sentivo, quindi l'ho dovuto letteralmente creare insieme al regista e devo dire che è stato molto divertente. Entrare nella sua ottica è come tifare per il cattivo.
Erina Mizuno: Per il mio ruolo ho cercato di unire logica ed emotività, due aspetti che, in genere, non vanno d'accordo. L'alunna che interpreto viene presa in giro da Hasumi, per questo è facile che alcuni spettatori provino simpatia per lei.

Quanto avete fatto uso del digitale?
Takashi Miike: In realtà, gli effetti speciali, in Giappone, non sono molto sviluppati, siamo rimasti sostanzialmente a cinquanta anni fa. Tramite la computer grafica abbiamo cercato di conferire al film un retrogusto particolare, trasmettendo, però, un'accezione analogica.

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