18 Ottobre 2007 - Conferenza stampa
"Le deuxième souffle"
Intervista al cast.
di Federico Raponi

Il regista Alain Courneau, i produttori Michèle e Laurent Pètin, l'attrice Monica Bellucci, alla Festa del Cinema di Roma hanno presentato il film "Le deuxième souffle" nella giornata d'apertura

Qual'è la genesi del film?
Alain Courneau: E' un progetto che avevo nel cuore da 30 anni, innanzitutto vedendo il film ("le deuxième souffle" di Jean-Pierre Melville del 1966, ndr). Poi ho avuto la fortuna di essere stato assistente alla regia di Josè Giovanni (lo scrittore/cineasta autore dell'omonimo romanzo, ndr), figura molto importante nella storia del poliziesco francese, che allora aveva intorno ai 60 anni. Mi è venuto quindi in mente di rifarlo, avevo già girato film sul genere ma senza fare sul serio. Una volta capito che il tempo presente non funzionava, ho puntato alla revisione del testo, per una versione diversa e attualizzata. E' stato un lavoro collettivo, per il quale abbiamo scelto gli attori più giusti. Un ritorno alle fonti e la ricerca della modernità: questi due aspetti hanno rappresentato le difficoltà. Lo stesso Melville all'epoca aveva detto, meravigliandomi: "spero che un regista tra 20-30 anni lo rifaccia con uno sguardo differente". Da una parte la storia è come una tragedia greca, atemporale, una metafora su un mondo a parte. L'onore, la parola data sono temi eterni e staranno sempre all'origine del genere. Dall'altra, lo stile è moderno per casting e modo di girare. In più, nel libro c'è un magnifico personaggio femminile che allora, per altri motivi, decisero di non trattare. Ha uno statuto a parte in un mondo maschile, e l'unico punto di vista adulto.

La storia si basa su personaggi realmente esistenti, incontrati in prigione da Josè Giovanni…
Alain Courneau: Per prima cosa lui disse sempre: "sono reali, ma so bene che non sono così. Altrimenti sarei stato un reporter e avrei fatto un documentario. Voglio farne figure tragiche". Secondo, la malavita nel tempo si è molto trasformata, soprattutto con la comparsa degli stupefacenti, che sono stati una catastrofe sociale, economica e anche estetica. Uccidere ora è più facile, i criminali sono spostati, privi di una morale, tradire e denunciare è normale. Mentre rapinare è diventato più complicato e pericoloso. Ma al giorno d'oggi onore significa ancora qualcosa, tutti noi ne abbiamo un rapporto diretto. E nessuno può credere che il mondo in cui viviamo sia quello che sogniamo, tutti siamo pesci fuor d'acqua, e questo è un altro tema del film.

Stilisticamente sembra rifarsi ai classici e al cinema d'azione orientale…
Alain Courneau: Certo, amo il noir perché è un "corpus" collettivo, di artigiani che - senza conoscersi bene - vanno verso la stessa direzione. Mi piacciono Scorsese e De Palma, anche se "noir" è un termine francese e gli orientali parlano di Melville, quindi il cerchio si chiude. Prendo le influenze e cerco di farne uno stile personale.
Michèle Pètin: Il nostro unico interesse era raccontarlo in un altro modo, con i nuovi mezzi e influenze asiatiche, in un debito comunque riconosciuto con Melville.

Come è stato partecipare al film, e cosa ne pensa Bellucci del suo personaggio?
Monica Bellucci: Non è mai un rischio lavorare con un grande regista. Questo ruolo lo considero un regalo. E' femminile e forte. Manouche (il nome del personaggio, ndr) significa "zingara", infatti lei è una ragazza della strada - dove danzava - cresciuta in un mondo di gangster, di cui conosce le regole, diventando una donna d'affari. L'essere bionda è un'immagine costruita per difesa, che ne fa una finta borghese ma in realtà selvaggia, disposta - per amore - a fare qualsiasi cosa. E quando vede il suo uomo andare incontro alla morte, per istinto va verso un altro. Passa molto tempo a curare la propria femminilità, rappresenta un'epoca che non c'è più, in cui una donna non può vivere senza un uomo al fianco. Oggi abbiamo più diritti, però abbiamo perso il tempo da dedicare a noi stesse e ai figli.

Su quali modelli si è basata?
Monica Bellucci: Sulle attrici francesi degli anni '50-'60 - Brigitte Bardot, Simone Signoret, Catherine Deneuve - e sull'idea di donna del noir, da Lauren Bacall a Sharon Stone, che è cioè al centro di una storia dominata dagli uomini ma perturbata dall'elemento femminile. Il look biondo ha aiutato a creare il ruolo. Il personaggio si trova in un mondo di morte, ha avuto uomini ma non figli, cerca di sopravvivere. E' complessa e con un'anima che piange, ha coscienza di quanto succede ma non può sottrarsene.
Alain Courneau: Non è una donna fatale, che è un clichè al quale siamo riusciti a sfuggire anche se lavorando sui miti tradizionali. Quando dice: "credevo mi amassi" sembra molto sincera.

La scelta di Daniel Auteuil?
Alain Courneau: Con Josè Giovanni, che è morto 2-3 anni fa, avevamo fatto una lista di nomi e parlato di Auteuil, che fisicamente corrisponde al personaggio: piccolo, non si nota - non ha la presenza di Lino Ventura (il protagonista dell'originale, ndr) - ma con una grande forza interiore. Daniel è arrivato ad un tale punto di maturità che è rigorosissimo, essenziale, ed ha ancora uno sguardo infantile che mantiene una distanza tra lui e il potere, ha dato allo schermo qualcosa che va oltre il tempo. Non è un interprete, ma un attore. Lavora tanto ed ha la consapevolezza di quanto abbiamo vissuto in tutti questi anni.
Michèle Pètin: Ha detto che era tanto tempo che non aveva un ruolo così bello in un film.

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