Shanghai Dreams
Quando si pensa agli Anni Ottanta, le immagini che vengono in mente sono quelle del machismo reaganiano su celluloide, rappresentato dai possenti bicipiti di figuri come Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, oppure quelle variopinte dei primi videoclip, dell'epoca musicale dei Duran Duran e di Alberto Camerini. Ma, spostando lo sguardo dai paesi occidentali alla Cina, ci accorgiamo che, nello stesso decennio, si svilupparono in essa nuove politiche riformiste, più aperte al resto del mondo, le quali diedero a molti operai la speranza di tornare nelle loro città d'origine.
Vent'anni prima, infatti, il governo cinese, temendo un conflitto con l'Unione Sovietica, trasferì le fabbriche più importanti dell'entroterra in modo da costruire la cosiddetta "Terza Linea di Difesa" e, di conseguenza, chi vi lavorava, soprattutto se abitante di grandi città come Shangai e Pechino, fu costretto a seguirle in regioni isolate della Cina occidentale.
Wang Xiaoshuai, quindi, in precedenza responsabile, tra l'altro, de Le biciclette di Pechino (2001), che si aggiudicò il Gran Premio della Giuria al Festival di Berlino, riutilizza gli stessi attori Li Bin e Gao Yuanyuan per raccontarci la Cina di quel periodo nella sua ultima fatica, Shangai dreams, che comprende nel cast anche l'esordiente Wang Xueyang.
Vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes 2005, il lungometraggio, ambientato precisamente nel 1983, pone al centro della vicenda la diciannovenne Qing Hong, cresciuta vicino ai genitori ed al fratello nella provincia di Guizhou, dove va' a scuola e condivide sogni, segreti e feste clandestine insieme ad un'amica del cuore, e dove ha conosciuto anche il suo primo amore: un operaio che lavora nella fabbrica del padre, possessivo, sempre preoccupato per la figlia e che desidera continuamente di tornare a Shangai.
Xiaoshuai, supportato dalla fotografia di Wu Di (Giorni d'inverno), quasi mai lascia splendere il sole nel cielo, al fine, probabilmente, di enfatizzare una grigia e triste atmosfera, diverse volte solcata dalla pioggia, che dei succitati, colorati Anni Ottanta, possiede soltanto la presenza di Rivers of Babylon dei Boney M. nella colonna sonora. Ed il prodotto finale, costruito su ritmi estremamente lenti che non potranno fare a meno di far storcere il naso a tutti gli spettatori abituati al fast-cinema di matrice occidentale, appare come un malinconico ritratto sociale dagli occhi a mandorla, senza infamia e senza lode e non privo di ironia, ma che rischia di risultare eccessivamente personale, tanto che l'autore ha dichiarato: "Il film è costituito dai miei stessi ricordi. La mia famiglia veniva da Shangai, ma fummo sradicati dalla città per seguire la fabbrica che dava lavoro a mia madre e ci trasferimmo nella provincia di Guizhou, esattamente come accade alla famiglia di Qing Hong nel film. I miei genitori erano tra le migliaia di cinesi che furono costretti a lasciare le loro città di origine per trasferirsi nell'entroterra industriale. Un film che volevo girare da tempo, dedicato ai miei genitori e a tutti quelli che hanno condiviso il loro destino".

La frase: "Domani chiedo agli altri di vederci per l'ultima volta, se non si decidono non li possiamo più aspettare".

Francesco Lomuscio

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