Severance - Tagli al personale
L’avvincente prologo ricorda uno dei momenti mitici di “Venerdì 13 parte 2-L’assassino ti siede accanto” (1981) e, se vogliamo, la sequenza della guerra simulata sembra quasi scippata a “Venerdì 13 parte 6-Jason vive” (1986).
Del resto, quando si tratta di slasher è veramente difficile non scovare analogie con la saga jasoniana, che del filone ha posto una volta per tutte le regole basilari, ma l’opera seconda di Christopher Smith, a due anni dal riuscito “Creep-Il chirurgo” (2004), trova il suo principale modello d’ispirazione, come dichiarato dallo stesso regista, in “Un tranquillo week-end di paura” (1972) di John Boorman (non a caso, anche “Deliverance”, titolo originale del film, è simile a “Severance”).
I cupi e claustrofobici tunnel della metropolitana in cui si perdeva Franka Potente, infatti, vengono qui abbandonati in favore di aperti spazi boschivi, teatro dell’imminente caccia all’uomo ai danni di sette dipendenti di una multinazionale specializzata in fabbricazione di armi, i quali, invitati a trascorrere un fine settimana tra le montagne nei pressi di Budapest, nella nuovissima e lussuosissima stazione termale della società, finiscono per ritrovarsi bloccati in un luogo sconosciuto e spettrale.
E’ subito chiaro, quindi, il retrogusto antimilitarista dell’operazione, che Smith orchestra sapientemente costruendo un riuscito clima di tensione capace perfino di spingere non poche volte lo spettatore a balzare dalla sedia; mentre emergono pienamente le diverse psicologie dei protagonisti, tra i cui volti possiamo riconoscere la Laura Harris di “The faculty” (1998), il Tim McInnerny di “Casanova” (2005) ed il Danny Dyer di “The football factory” (2005).
E, ancor prima che nell’attesissima esplosione di violenza, infarcita di cattiveria e di abbondanti dosi d’indispensabile splatter, l’elemento stupefacente del lungometraggio risiede nel disorientante effetto conseguito dalla maniera decisamente anarchica con cui Smith affronta il genere, ricorrendo a mai invadenti divagazioni ironiche, tra divertenti gag ed un flashback in bianco e nero girato con la stessa tecnica dei film muti appartenenti all’Espressionismo tedesco.
Quindi, tenendo conto del fatto che il suo scopo era quello di dimostrare la possibilità di essere allegri e gioiosi anche in un ambito non lineare ed incutendo al tempo stesso paura e orrore, l’obiettivo si può considerare pienamente centrato, tanto che i risultati ci spingono ad inserire il nome del regista tra i nuovi talenti horror emergenti, accanto al Neil Marshall di “The descent-Discesa nelle tenebre” (2005) e l’Alexandre Aja di “Alta tensione” (2003).
Anche perché al giorno d’oggi è impresa assai ardua confezionare un originale prodotto dell’orrore, soprattutto quando, come in questo caso, non si inventa niente di nuovo.

La frase: "Non capisco perché nel XXI secolo si debbano creare armi tanto atroci".

Francesco Lomuscio

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