Vendi!
Normalmente anche i più aperti in occidente avrebbero una certa diffidenza nel confrontarsi con l’opera prima di un regista malese, specialmente nel contesto di una mostra internazionale del cinema (in questo caso, Venezia 65). Eppure il destino sa riservare ai coraggiosi commedie inaspettatamente briose, allegre e frizzanti come questo Sell Out, piacevolissima sorpresa festivaliera.

Già il solo inizio è fulminante: si tratta della registrazione di un’intervista televisiva a un regista che ha vinto un premio estremamente di nicchia in un festival del cinema del tutto sconosciuto. Cinema, televisione, presunzione d’arte si mescolano in un panorama al limite dell’assurdo, in quell’universo autoreferenziale e parassitario dei circuiti festivalieri.

Due sono i protagonisti: una giovane conduttrice televisiva che cerca di sfondare in un impero televisivo governato da una sola megacorporazione e un giovane ingegniere che viene stigmatizzato dall’azienda per il troppo amore riversato sulle sue creazioni. In particolare la sua macchina per la produzione di derivati dalla soia è originale, troppo efficiente e, peccato ancora più grave, fatta per durare.

Così in Sell out vengono analizzati i principali filoni del materiale e dell’immaginario della società odierna. Da una parte viene mostrato il vero volto del mondo corporativo, che crea gli oggetti d’uso comune con regole che vanno ormai al di là del buon senso umano (le corporazioni, sembra dire il regista, sono delle entità a parte con regole proprie che vanno al di sopra di impiegati, dirigenti e amministratori delegati). In secondo luogo viene mostrato il futuro della televisione in una prospettiva che ricorda Fahrenheit 451: il pubblico televisivo vuole reality, ma soprattutto vuole partecipare con il televoto tramite sms. Tali complessi problemi vengono confezionati in maniera leggera, mai didascalica in un film che, tra l’altro, è anche un musical. Non solo ci sono momenti in cui i protagonisti di questa farsa moderna cantano, ma c’è anche un istante altissimo in cui nessun personaggio canta perché il pubblico stesso viene invitato a cantare. Sullo schermo infatti scorre implacabile un karaoke nel cui testo lo spettatore ammette la propria triste condizione di consumatore destinato a passare sulla terra senza lasciare traccia alcuna (una delle fobie del nostro tempo).

Problemi complessi come il rapporto tra copia e originalità, realtà e finzione vengono snocciolati in maniera eterea e spiritosa allo stesso tempo, senza spazio per lezioncine o giudizi. Ciascuno può trarre la propria conclusione, in un mondo in cui è sempre il sognatore, e non il pratico, a essere immancabilmente ucciso. Eppure questo film di spunti per sognare ne ha da vendere. Non tutto, dunque è perduto.

La frase: "La realtà è noiosa, per questo dobbiamo fare film noiosi".

Mauro Corso

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